C’è stato un modo di vedere la televisione che oggi sembra lontanissimo. E non parlo solo del confronto con le piattaforme che ormai ci portano a divorare una serie intera in una giornata, o in un fine settimana, senza quasi più accorgerci del tempo che passa. Parlo proprio di un altro ritmo, di un’altra scansione, di un’altra attesa. Ho ritrovato una guida TV del 1995 e, guardandola, mi si è riaperto davanti un mondo: Canale 5 era un panorama di serie leggere e divertenti come Una bionda per papà e Pappa e ciccia, accanto ai cartoni animati che hanno segnato un’epoca, da L’incantevole Creamy a Holly e Benji. Poi arrivavano programmi iconici come Ok, il prezzo è giusto!, che adoravo, e La ruota della fortuna. La prima serata iniziava alle 20:40 e alle 23:15 si entrava già nella tarda serata con il Maurizio Costanzo Show.
Ecco: il 26 giugno 1995, alle 15.30 su canale 5, nell’estate che mi avrebbe poi portato in terza elementare, andava in onda per la prima volta La tata. Una serie che avrebbe conquistato più di una generazione.
Quando a settembre è ricominciata la scuola, mi resi conto che i motivi di quell’entusiasmo non erano affatto gli stessi per tutti. Le mie compagne erano tutte innamorate dei vestiti eccentrici della protagonista (da grande, vi dirò, ho scoperto di apprezzare quelli classici eleganti di C.C.). Io, invece, ero stata catturata da altro. Più ancora degli abiti, amavo la casa. Mi sembrava elegantissima, tanto all’esterno quanto all’interno, e la guardavo con quella fiducia assoluta che da bambini si riserva alle cose viste in televisione: senza dubitare neppure per un istante che potesse essere un set. Amavo la scala scenografica da cui Fran faceva i suoi ingressi, quel soggiorno con il corridoio che sembrava girarle tutto intorno, perfetto per gli inseguimenti, le entrate improvvise, i piccoli disastri comici.
E poi c’erano le guest star. Le ho sempre amate, anche se all’epoca non avevo ancora gli strumenti per riconoscerle davvero. Non sapevo chi fossero, quale storia portassero con sé, eppure qualcosa arrivava lo stesso: un’energia diversa, un modo di stare in scena che si faceva notare anche in mezzo a tutto il resto. Non erano personaggi qualsiasi, questo si percepiva chiaramente, anche senza saperne spiegare il motivo. Solo molto tempo dopo avrei capito che, dentro quella leggerezza scintillante, passava anche un pezzo importante della storia dello spettacolo americano, sia che fosse cinema, televisione o teatro.
Questo articolo nasce da lì, da quella curiosità rimasta in sospeso per anni. Dopo aver già scritto di serie come Una mamma per amica e How i met your mother e del loro dialogo con il cinema classico americano, sentivo il bisogno di fermarmi anche su La tata e su quelle presenze che già da bambina mi parlavano, anche se allora non ero ancora in grado di decifrarle fino in fondo.
Guardando La tata notavo la presenza di ospiti illustri, volti buffi, eleganti o eccentrici che rendevano la serie ancora più scintillante. Me ne accorgevo perchè avevano una sorta di allure divistico ma soprattutto perchè hanno mantenuto in italiano la reazione entusiasta del pubblico in studio alla loro comparsa. Quello che allora non mi era chiaro, e che credo non fosse così immediato nemmeno per molti altri spettatori italiani, è il background straordinario che si portavano dietro. Dietro quei cameo e quei personaggi c’erano decenni di cinema, teatro, musical, televisione americana; c’erano attrici e attori che avevano attraversato stagioni intere dello spettacolo, lasciando tracce profondissime. Rivedere oggi questi episodi significa anche questo: riconoscere finalmente chi erano davvero quei grandi professionisti e accorgersi di quanto La tata, sotto la sua brillantezza leggera e popolarissima, sapesse essere molto più raffinata di quanto sembrasse.
Di cosa parla La Tata
Al centro della storia c’è Fran Fine, da noi Francesca Cacace, una giovane donna del Queens che, nel giro di pochissimo, si ritrova senza fidanzato, senza lavoro e con una valigia piena di cosmetici da piazzare. Va porta a porta a vendere prodotti di bellezza e finisce per bussare a quella sbagliata, o forse a quella giusta: l’elegante casa degli Sheffield, nell’Upper East Side di New York. Ad aprirle è Niles, il maggiordomo, che la scambia per una candidata al posto di tata dei tre figli del padrone di casa, il produttore teatrale di Broadway Maxwell Sheffield. E così, quasi per caso, Fran si ritrova assunta.
Da quel momento la serie si costruisce tutta su uno scontro di mondi che funziona a meraviglia. Da una parte c’è la casa Sheffield, ordinata, controllata, con quella compostezza un po’ rigida e impeccabile che Maxwell si porta dietro in ogni gesto. Dall’altra c’è Fran, che entra in scena come una raffica di vento: rumorosa, affettuosa, istintiva, coloratissima, con modi che spiccano subito quanto i suoi vestiti. In mezzo ci sono Maggie, Brighton e Grace, tre bambini molto diversi tra loro, che finiscono per affezionarsi a lei ben prima di volerlo ammettere.
Intorno a questo nucleo ruota un piccolo universo comico perfettamente riconoscibile. C’è Niles, con il suo sarcasmo impagabile; c’è C.C. Babcock, socia di Maxwell, elegantissima e perennemente sull’orlo di una crisi di nervi; c’è Val, o meglio Lalla, l’amica più svanita e adorabile di Fran; e naturalmente c’è tutta la sua famiglia, incontenibile, invadente, chiassosa, affettuosa nel modo più travolgente possibile. È una commedia fatta di battibecchi, gelosie, porte che si aprono al momento sbagliato, travestimenti, figuracce, tempi comici perfetti e un’attrazione sentimentale che impiega parecchio a trovare il coraggio di dire il proprio nome.
Ora però va fatta una piccola premessa, soprattutto per noi italiani che abbiamo amato la serie nel doppiaggio e solo più tardi l’abbiamo riscoperta in originale. Per molti è stato un piccolo shock. Quelli che noi abbiamo conosciuto come zia Assunta, zio Antonio e la “cognata” Yetta, i parenti arrivati dalla Ciociaria che avevano accolto Francesca in America, in realtà non erano affatto questo: erano la madre Sylvia, il padre Morty e la nonna Yetta, tutti newyorkesi. Insomma, tutta la storyline dell’emigrata italiana è una trovata dell’adattamento. Ed è una differenza tutt’altro che secondaria, perché cambia molto del retroterra del personaggio, anche se, va detto, non intacca minimamente il suo irresistibile potere comico.
Come nasce una serie pensata per durare
Per capire davvero come nasce La tata, dobbiamo assolutamente partire dalla grande artista che l’ha portata nelle nostre case: Fran Drescher. Guardando la sua vita, ci si accorge subito che dentro il personaggio di Fran Fine c’è moltissimo di lei.
Nata nel 1957 a Flushing, nel Queens, un quartiere residenziale di New York che ritroveremo anche nella sigla, quando ci viene presentata come “the flashy girl from Flushing”, cresce in una famiglia ebrea della middle class. La madre, Sylvia, lavora in un negozio di abiti da sposa; il padre, Morty, è un analista di sistemi per la Marina. Fran frequenta una scuola di cosmetologia, ma intanto comincia a farsi strada come attrice, portandosi dietro fin dall’inizio quella voce inconfondibile, quella presenza scenica così particolare e una comicità che si fa notare subito.
All’inizio degli anni Novanta è già un volto riconoscibile. Ha lavorato al cinema, da La febbre del sabato sera a This Is Spinal Tap, e ha qualcosa che la rende immediatamente memorabile: una comicità istintiva, un’energia che riempie la scena appena entra, un modo di stare davanti alla macchina da presa che non somiglia a nessun altro.
Sono appena iniziati gli anni ’90 quando viene scelta come protagonista di Princesses, una sitcom ambientata a Manhattan in cui divide l’appartamento con Julie Hagerty e Twiggy, la top model britannica icona della Swinging London, la Londra vivace e rivoluzionaria degli anni Sessanta. L’idea è interessante, il cast anche, ma la dura legge della televisione colpisce senza troppi riguardi: la serie viene cancellata dopo appena otto episodi. Fran accusa il colpo, certo, ma decide che non sarà questa delusione a fermarla.
A quel punto decide di partire per l’Europa. Sente che è arrivato il momento di spingersi un po’ più in là, di allargare i propri confini. E così parte. Racimola tutte le sue miglia della TWA, quanto basta, appena abbastanza, per concedersi un volo in prima classe. Ed è lì che il caso si mette al lavoro.
Accanto a lei, su quell’aereo, c’è Jeff Sagansky, presidente della CBS.
Fran lo riconosce, si alza, corre in bagno, si sistema il trucco e si ripete allo specchio come un mantra: carpe diem, carpe diem, carpe diem. Poi torna al suo posto e comincia a parlargli. Sagansky resta colpito e a un certo punto le propone di cercarle un ruolo in un pilot in sviluppo. Ma Fran non si accontenta. Capisce che il materiale scritto da lei e dal marito Peter Marc Jacobson sarebbe molto più adatto a valorizzarla davvero. Insiste, rilancia, e alla fine ottiene quello che vuole: un incontro a Los Angeles per presentare una sitcom tutta sua. C’è solo un problema. In quel momento, quella sitcom ancora non esiste.
L’idea arriva poco dopo, a Londra, dove Fran è ospite di Twiggy. Mentre Twiggy e il marito lavorano, lei si ritrova in una città enorme, un po’ spaesante, e decide di non chiudersi in casa. Esce, gira, si muove. Il caso vuole che, proprio durante quel soggiorno, si ritrovi ad accompagnare la figlia adolescente di Twiggy in un pomeriggio di shopping. Una chicca: non molto più tardi, la stessa Twiggy comparirà nella serie.
Passeggiano tra negozi e vetrine quando, a un certo punto, la ragazzina si lamenta perché le scarpe nuove le fanno male. E Fran, con quella praticità istintiva che le appartiene, le dice di piegarne i talloni. La bambina la guarda quasi scandalizzata e le chiede se così non si rovinino. Fran le risponde di no: così si ammorbidiscono. Lì scatta qualcosa. Fran si osserva quasi da fuori e vede quel bellissimo contrasto: da una parte una ragazzina inglese perfetta, composta, educatissima; dall’altra il suo modo di fare, diretto, invadente, affettuoso, pieno di istinto e di quella logica spiccia che arriva dal Queens. E capisce che in quel contrasto c’è una storia.
Chiama subito Peter Marc Jacobson e gli dice di aver trovato finalmente l’idea da portare alla CBS: una specie di Tutti insieme appassionatamente, solo che al posto di Julie Andrews, alla porta, arriva lei. Ed è una definizione così felice che, a pensarci bene, dentro c’è già tutto: lo scontro tra mondi lontanissimi, la comicità di situazione, il cuore sentimentale della storia e soprattutto l’idea di costruire una serie intera attorno alla presenza di Fran Drescher. Del resto era esattamente questo il progetto: quando, tornati a Los Angeles, Fran Drescher e Peter Marc Jacobson portarono l’idea alla CBS, si unirono allo sviluppo del pilot anche Robert Sternin e Prudence Fraser, un’altra coppia di autori-produttori, e la linea fu molto chiara fin dall’inizio. Il personaggio andava costruito addosso a Fran, alla sua voce, alla sua fisicità, alla sua comicità e a tutto ciò che della sua vita poteva entrare nella finzione.
Anche il resto del cast viene scelto con grande attenzione, proprio per far funzionare al meglio questo equilibrio tra mondi lontanissimi.
Accanto a Fran c’è Charles Shaughnessy, attore inglese già noto al pubblico televisivo americano soprattutto per Days of Our Lives, dove aveva costruito una lunga popolarità nel ruolo di Shane Donovan. Il suo Maxwell Sheffield porta in scena un’eleganza controllata, quasi teatrale, che diventa il contrappunto perfetto all’irruenza di Fran.
Daniel Davis arriva invece dal teatro classico, con Shakespeare e Molière nel suo bagaglio, e si era già fatto notare anche al cinema in film come The Hunt for Red October. Il suo Niles è costruito su una precisione assoluta: ogni battuta è calibrata, ogni sguardo è un commento, e il sarcasmo diventa una forma d’arte.
Lauren Lane, che interpreta C.C. Babcock, ha una formazione teatrale solida e un passato tra televisione e palcoscenico, e porta al personaggio un controllo perfetto del tempo comico. C.C. vive tutta nella tensione tra ciò che vorrebbe essere e ciò che non riesce a ottenere, e Lane riesce a trasformare questa frustrazione in una comicità sempre precisa.
E poi ci sono i tre ragazzi: Nicholle Tom (Maggie), Benjamin Salisbury (Brighton) e Madeline Zima (Grace). Tutti e tre arrivano da esperienze già significative: Tom aveva recitato in Beethoven, Salisbury era apparso in Captain Ron accanto a Martin Short, mentre Zima si era fatta notare in La mano sulla culla. In La tata trovano subito un equilibrio molto naturale. Non sono mai semplici “spalle” degli adulti: partecipano al ritmo della serie, si inseriscono nei meccanismi comici e contribuiscono a dare alla famiglia Sheffield quella dimensione affettiva che impedisce alla casa di restare solo un luogo elegante e distante.
C’è anche un dettaglio delizioso che vale la pena ricordare, perché dice molto del tono della serie e del suo modo di giocare con la realtà. Nel penultimo episodio della prima stagione, Frannie’s Choice, compare proprio il presidente della CBS Jeff Sagansky nei panni di sé stesso. È un cameo rapidissimo, ma per chi conosce la storia della nascita della serie ha un sapore speciale: la sitcom richiama dentro di sé, quasi con noncuranza, l’uomo senza il quale quel primo incontro in aereo non avrebbe portato da nessuna parte. Una chicca nella chicca? Fran inizia a raccontare la trama con le stesse parole della sigla:
"She was working in a bridal shop in Flushing, Queens 'Til her boyfriend kicked her out in one of those crushing scenes".
Elizabeth Taylor

Negli anni Novanta Elizabeth Taylor portava con sé un’aura inconfondibile: era stata la bambina di Torna a casa, Lassie! e Gran Premio, poi il volto di film come Piccole donne, La gatta sul tetto che scotta, Cleopatra e Chi ha paura di Virginia Woolf?. A questo si aggiungevano il glamour abbagliante, una vita amorosa turbolenta e continuamente esposta, e quella sensazione, rarissima, di trovarsi davanti non solo a una grande attrice ma a un mito vero. In La tata tutto questo entra in scena con lei, e il cameo funziona proprio per questo: non è una semplice apparizione, ma l’irruzione di un’intera leggenda dentro la commedia. Adorabile la scena in cui una spiazzata Taylor chiede a Francesca come mai non si sia sposata aggiungendo “nemmeno una volta?”.
Cloris Leachman

Cloris Leachman ha attraversato cinema, teatro e televisione con una naturalezza rarissima, lasciando il segno tanto in L’ultimo spettacolo, che le valse l’Oscar, quanto in The Mary Tyler Moore Show, dove il personaggio di Phyllis è diventato così popolare da regalarle perfino uno spin-off. Per me, però, resterà sempre anche l’indimenticabile Frau Blücher di Frankenstein Junior: e rivederla in La tata significa ritrovare insieme un personaggio perfetto per quella storia e tutto il ricordo di un interprete straordinaria.
Joan Collins
Compare nella quarta stagione, episodio 6, “Me and Mrs. Joan”, dove interpreta Joan Sheffield, la nuova moglie del padre di Maxwell. Joan era la segretaria con cui il signor Sheffield aveva intrecciato una relazione extraconiugale che l’aveva poi portato a divorziare dalla moglie. Francesca vuole far riappacificare Maxwell e il padre e così decide di invitare lui e la nuova moglie a cena.
Joan si presenta con lo stesso abito zebrato di Francesca e fin da subito tra le due scatta una certa sintonia, anche se non si può dire lo stesso di Maxwell e il padre.

Negli anni Novanta il pubblico la riconosce immediatamente: è Alexis Carrington di Dynasty, uno dei personaggi più iconici della televisione, simbolo di un glamour deciso, quasi aggressivo, fatto di sguardi taglienti, battute perfette e un controllo assoluto della scena. Ma la sua carriera affonda le radici molto più indietro, nel cinema britannico e hollywoodiano degli anni Cinquanta.
Shari Lewis
Compare
nella seconda stagione, episodio 20, “Lamb Chop’s on the Menu”,
interpretando sé stessa accanto a Lamb Chop, da noi Zampetta d’agnello.
La puntata ruota attorno a un possibile progetto cinematografico legato
proprio al celebre pupazzo, e la situazione precipita quando Lamb Chop
scompare e i sospetti finiscono sul cane di C.C. Questo, per me, è
sempre stato l’episodio preferito in assoluto: mi fa davvero ridere
tantissimo ogni volta.
Ma oggi lo è ancora di più dopo aver scoperto
chi fosse davvero Shari Lewis. Non era soltanto una ventriloqua di
enorme talento, ma una figura pionieristica della televisione americana
per ragazzi.
Nel 1952 aveva vinto il primo premio a Arthur Godfrey’s
Talent Scouts, e da lì aveva iniziato a imporsi in una serie di
programmi per bambini prodotti a New York, come Facts N’ Fun, Kartoon
Klub, poi diventato Shari & Her Friends e Shariland, fino a Hi Mom.
In questi anni non si limitava a intrattenere: costruiva un linguaggio
televisivo vivacissimo, fatto di giochi, canzoni, sketch, racconti,
bricolage, ospiti e pupazzi con personalità ben distinte. Fu proprio in
quel periodo che prese forma il suo piccolo universo scenico, con
personaggi come Taffy Twinkle, Charlie Horse, Hush Puppy e naturalmente
Lamb Chop.
Il salto nazionale arrivò nel 1960 con The Shari Lewis
Show sulla NBC, che prese il posto di The Howdy Doody Show. Significava
raccogliere l’eredità di uno dei programmi per bambini più importanti
della televisione americana. Lamb Chop, che all’apparenza era poco più
di un calzino con gli occhi, diventò invece il suo alter ego più arguto e
irresistibile: impertinente, intelligente, capace di ribattere e
sorprendere. Quando Shari Lewis arriva in La tata, quindi, non porta con
sé solo un pupazzo amatissimo, ma decenni di mestiere, innovazione e
memoria televisiva. E forse è anche per questo che la puntata funziona
così bene: fa ridere subito, ma dietro quella leggerezza c’è un pezzo
importantissimo di storia dello spettacolo americano.
Rita Moreno
Rita Moreno, naturalmente, porta con sé molto più di un semplice ruolo da guest star.
Negli anni Novanta è già una leggenda dello spettacolo americano, una delle pochissime interpreti ad aver conquistato teatro, cinema e televisione ai massimi livelli. Per il grande pubblico resta soprattutto Anita in West Side Story, il ruolo che le valse l’Oscar, ma la sua carriera è molto più ampia e attraversa musical, prosa, varietà e serie televisive con una versatilità impressionante. In La tata il suo ingresso in scena aggiunge subito un’altra temperatura: basta la sua presenza per dare alla puntata un peso, un ritmo e una precisione che vanno oltre la semplice gag. E anche qui la serie fa quello che le riesce meglio: prende una grande professionista e la inserisce in un contesto comico che la valorizza senza mai schiacciarla.
Donald O’Connor

Donald O’Connor arrivava in La tata con un bagaglio che per chi ama il musical classico americano è immediatamente riconoscibile. Figlio del vaudeville, era stato uno dei volti più amati dei musical hollywoodiani degli anni Quaranta e Cinquanta, e naturalmente resta inseparabile da Cantando sotto la pioggia, dove il numero “Make ’Em Laugh” è diventato uno dei momenti più celebri della storia del genere. Ho adorato quando dice “Non verrò ricordato per le mie doti di ballerino”, pensando invece a quello straordinario numero di danza. E nel finale dell’episodio quando Francesca e Maxwell guardano il filmino con il balletto fatto in luna di miele da Fred, è proprio il numero da Cantando sotto la pioggia.
È il tipo di casting che La tata sapeva fare benissimo. Anche se lo spettatore non conosceva fino in fondo la sua carriera, percepiva comunque che non si trattava di un ospite qualunque. C’era in lui una leggerezza antica, una grazia da showman consumato, che portava nella puntata un pezzo di quel mondo fatto di palcoscenico, tip tap e commedia musicale.
Carol Channing
Compare nella prima stagione, episodio 2, “Smoke Gets in Your Lies”, e interpreta sé stessa. La scena è brevissima ma deliziosa: Maxwell sta facendo dei provini in teatro e spiega a C.C. di avere bisogno di una star di Broadway con una presenza scenica enorme, qualcuno di immediatamente riconoscibile in tutto il Paese. Ed ecco che entra Carol Channing. C.C. sussulta, lei accenna subito Hello, Dolly!, ma Maxwell la liquida con un secco “Next!”. A quel punto si avvicina a Fran, le augura buona fortuna e, con perfetto spirito da diva, le sussurra: “Break a leg, honey… his!”.
All’epoca Carol Channing era ancora uno dei volti più riconoscibili del teatro musicale americano, legata per sempre a Broadway grazie a due personaggi diventati iconici: Lorelei Lee in Gli uomini preferiscono le bionde e Dolly Gallagher Levi in Hello, Dolly!. Aveva vinto tre Tony Award, un Golden Globe e ottenuto anche una candidatura all’Oscar per Millie, e nel corso della sua carriera aveva lavorato molto anche nel doppiaggio, soprattutto nei ruoli che le permettevano di cantare, come in Pollicina di Don Bluth, dove prestava la voce alla topolina, chiamata non a caso, zia Carolina.
Lynn Redgrave
Compare nella sesta stagione, episodio 13, “The Yummy Mummy”, interpretando sé stessa. La puntata parte da una piccola ferita dell’ego: Fran scopre che Brighton non la vuole con sé nel tour dei college perché teme che non sia abbastanza “presentabile”. E così, ferita ma determinata, si mette in testa di sembrare più colta, più sofisticata, più adatta all’ambiente accademico. È in questo contesto che incrocia Lynn Redgrave, arrivata dagli Sheffield per discutere con Maxwell di un nuovo progetto teatrale, e da lei cerca una specie di corso accelerato di eleganza e intelligenza, che però degenera al punto che dopo un po' di spirito alcolico la Redgrave chiede a Fran di "spararle" il formaggio spray in bocca.

Lynn Redgrave portava con sé una storia che univa teatro, cinema e televisione. Figlia di Michael Redgrave (sorella di Vanessa) e parte di una delle grandi dinastie della recitazione inglese; si era formata alla Central School of Speech and Drama di Londra, aveva lavorato con il National Theatre e già negli anni Sessanta era diventata celebre al cinema con Georgy Girl, ruolo che le aveva portato un Golden Globe e una candidatura all’Oscar. Negli anni Novanta il suo nome evocava insieme prestigio britannico, ironia, raffinatezza e una lunga fedeltà al palcoscenico.
È proprio questo che rende gustoso il cameo in La tata. Lynn Redgrave non entra in scena solo come attrice famosa, ma come incarnazione perfetta di un certo tipo di eleganza teatrale che Fran prova, con risultati inevitabilmente comici, a inseguire.
Twiggy
Compare nella prima stagione, episodio 17, “Stop the Wedding, I Want to Get Off”, dove interpreta Jocelyn Sheffield, la sorella di Maxwell. Jocelyn arriva a New York per sposare il duca di Salisbury, ma Fran capisce presto che dietro quel matrimonio perfetto c’è qualcosa che non torna: la vera scintilla, infatti, scatta con Lester, l’autista. La puntata gioca con grande piacere sul contrasto tra l’educazione inglese, il matrimonio d’interesse e l’istinto sentimentale, e Twiggy si inserisce benissimo in questo mondo con una presenza lieve, elegante e subito riconoscibile. Jocelyn ricomparirà in seguito con un’altra interprete, ma il suo debutto resta legato proprio a Twiggy.

Il suo nome, naturalmente, porta con sé molto più di un semplice volto noto. Twiggy era stata la top model britannica per eccellenza, l’icona della Londra giovane, modernissima e rivoluzionaria degli anni Sessanta. Già nel 1966 il Daily Express l’aveva ribattezzata “The Face of ’66”, e la sua immagine, capelli cortissimi, occhi enormi, silhouette sottilissima, era diventata il simbolo di un’intera epoca. Ma negli anni successivi non si era fermata alla moda: aveva costruito anche una carriera come attrice e cantante tra cinema, teatro e televisione.
In fondo la nascita della serie ha molto a che fare con lei, perchè abbiamo visto essere stato il viaggio a Londra di Fran e la sua esperienza con sua figlia a darle l’idea alla base della storia.
Robert Vaughn
Lo ritroviamo in due episodi, nella quarta stagione, episodio 6, “Me and Mrs. Joan”, e torna poi nella quinta stagione, episodio 19, “Immaculate Concepcion”, dove interpreta James Sheffield, il padre di Maxwell. Quando entra in scena, non arriva da solo: accanto a lui c’è Joan, la sua ex segretaria, la donna per cui venticinque anni prima aveva tradito la moglie e lasciato la famiglia. Ed è proprio questo il nodo che Maxwell non è mai riuscito a perdonargli.
Robert Vaughn portava con sé una carriera lunghissima, costruita tra cinema e televisione. Per il grande pubblico resta soprattutto il volto di Napoleon Solo in The Man from U.N.C.L.E., una delle serie più popolari degli anni Sessanta, ma aveva già lasciato il segno anche al cinema con film come I magnifici sette e, sul versante televisivo, in titoli amatissimi come Colombo. Negli anni Novanta la sua presenza evocava immediatamente una certa idea di eleganza maschile, controllata, quasi impenetrabile, perfetta per un personaggio come James Sheffield.
Dina Merrill
E dopo il padre di Maxwell è giunto il momento di parlare della madre, anch’essa interpretata da una guest star. Siamo nella terza stagione, episodio 9, “The Two Mrs. Sheffields”, ed è l’attrice Dina Merrill a vestire i panni di Elizabeth Sheffield. Il suo arrivo in casa rimette subito tutto in discussione, perché Elizabeth non approva affatto Fran e glielo fa capire in ogni modo possibile. Per esasperarla e costringerla a esporsi, Maxwell arriva perfino a fingere di voler sposare Fran, trasformando così la tensione familiare in una delle situazioni più carine della puntata. È uno di quei casi in cui La tata usa molto bene una figura materna algida e impeccabile per mettere ancora più in risalto, per contrasto, il calore rumoroso e imprevedibile della protagonista.
Dina Merrill portava con sé un’eleganza che sembrava quasi appartenere a un altro tempo. Figlia dell’erede di Post Cereals Marjorie Merriweather Post e del finanziere E. F. Hutton, era cresciuta in un mondo di privilegio che in qualche modo si rifletteva anche nella sua presenza scenica. Hollywood la lanciò perfino come possibile “nuova Grace Kelly”, e la sua carriera passò per film come Operazione sottoveste, Venere in visone e La segretaria quasi privata. Negli anni Novanta il suo volto continuava a evocare proprio questo: classe, distanza, mondo alto borghese, una raffinatezza un po’ fredda che in La tata diventa perfetta per la madre di Maxwell.
In questa puntata non ha bisogno di alzare la voce o di forzare il personaggio. Basta il modo in cui guarda Fran, la misura dei gesti, quella compostezza quasi inalterabile, per far capire subito da che parte del mondo arriva Elizabeth Sheffield.
Robert Culp
Compare nella prima stagione, episodio 20, “Ode to Barbra Joan”, dove interpreta Stewart Babcock, il padre di C.C. Il suo arrivo in casa Sheffield mette subito in luce una dinamica familiare tutt’altro che semplice: Stewart è esigente, giudicante, molto più affettuoso con Fran che con la figlia, e questa cosa naturalmente manda C.C. in crisi. La puntata gioca bene proprio su questo squilibrio, perché mentre C.C. cerca disperatamente approvazione, lui sembra trovare Fran molto più simpatica, spontanea e gradevole.
Robert Culp portava con sé una carriera lunghissima, costruita tra cinema e soprattutto televisione. Per il grande pubblico resta uno dei volti più noti di I Spy, ma nel suo percorso ci sono anche titoli amatissimi come Colombo, dove apparve più volte, e una lunga familiarità con quel tipo di recitazione asciutta, elegante, molto americana, capace di unire autorità e ironia.
In La tata questa qualità si sente tutta. Stewart Babcock è un personaggio che avrebbe potuto facilmente diventare solo antipatico, e invece con Robert Culp acquista misura, sfumature, perfino una sua credibilità affettuosa.
Diane Baker
Compare nella sesta stagione, episodio 4, “Sara’s Parents”, dove interpreta Roberta, la madre di Sara, la moglie defunta di Maxwell. La puntata parte dalla visita dei genitori di Sara, che non sanno nemmeno che Maxwell si è risposato, e naturalmente l’incontro con Fran è tutt’altro che semplice. Roberta la guarda con freddezza, la misura, la giudica, e soprattutto non la ritiene adatta ad adottare Maggie, Brighton e Grace. È una di quelle situazioni in cui La tata alleggerisce tutto con la commedia, ma lascia affiorare anche un disagio molto reale: Fran non sta solo entrando in una famiglia, sta entrando in un posto che per qualcun altro resta ancora dolorosamente occupato.

Diane Baker arrivava a questo ruolo con una carriera lunga e molto elegante, costruita tra cinema e televisione fin dagli anni Cinquanta. Aveva lavorato in film come Il diario di Anna Frank e Marnie, e il suo volto portava con sé proprio quella compostezza raffinata, un po’ distante, che in questa puntata diventa perfetta. In La tata non ha bisogno di fare molto: basta il modo in cui guarda Fran, il controllo dei gesti, quella cortesia trattenuta che lascia filtrare il giudizio. Ed è proprio questo a rendere Roberta credibile e, in fondo, anche più interessante di una semplice antagonista.
Riguardare La tata oggi, per me, significa anche questo: ridere ancora negli stessi punti, ma con un occhio diverso. Da bambina mi bastava sentire che certe presenze avevano qualcosa di speciale; adesso mi piace riconoscere tutto il mondo che si portavano dietro.
Se dopo questo articolo ti è venuta voglia di rivederla, magari in originale o almeno con i sottotitoli inglesi, la trovi su Prime Video. La disponibilità, però, è un po’ ballerina: mentre scrivo risultano presenti alcune stagioni, mentre altre compaiono come non disponibili per diritti scaduti. Qualche tempo fa, però, io l’avevo trovata completa, quindi continuo a sperare che prima o poi tornino anche quelle mancanti.
Se succederà, io sarò felicissima di rientrare ancora una volta in quella casa. E, molto probabilmente, di fermarmi di nuovo a guardare la scala.
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- lunedì, aprile 20, 2026
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