Lo ammetto: arrivata al decimo appuntamento di Shakerato non mescolato, ho dovuto fare due conti. Quattro cocktail per ogni articolo significa che siamo arrivati a quaranta. Quaranta drink raccontati da un’astemia: ormai non so più se considerarlo un paradosso o una specializzazione molto particolare (trovate qui gli altri articoli). Una cosa, però, non è cambiata. A interessarmi continuano a essere le storie che si nascondono dentro i bicchieri e il modo in cui il cinema le ha raccolte o, qualche volta, confuse.
A mettere in moto questo decimo appuntamento è stato proprio l’ultimo articolo che ho scritto prima della pausa estiva, dedicato al bellissimo Delitto sotto il sole (se vi è sfuggito potete recuperarlo cliccando qui). Mentre guardavo il film mi sono imbattuta in una scena stupenda: un’elegantissima Maggie Smith, perfetta padrona dell’hotel, offre ai suoi ospiti una grande varietà di cocktail e, tra una White Lady, un Sidecar e un Mainbrace, pronuncia il nome Between the Sheets.
Seguiremo un Gin Sling ascoltato in Ombre malesi fino al bancone del Raffles di Singapore e vedremo che cosa può succedere a un ragazzo perbene dopo un solo Zombie. Infine ci aspetta un drink al miele conteso fra l’inaffondabile Molly Brown (se state pensando all’esuberante aristocratica di Titanic, vi confermo che siete sulla strada giusta) e il capo barman del Ritz di Parigi, comparso in una serie televisiva con qualche anno di anticipo sulla storia documentata.
Se siete astemi, quindi, potete lasciare lo shaker dov’è. Fra speakeasy, ricette custodite in codice e falsi indizi cinematografici, c’è abbastanza da bere soltanto con gli occhi.
1) Between the Sheets
Se cercate la storia del Between the Sheets, quasi ovunque troverete lo stesso racconto. Harry MacElhone, dietro il bancone del suo Harry’s New York Bar di Parigi, avrebbe preso un "Sidecar" e vi avrebbe aggiunto del rum, creando così un nuovo cocktail intorno al 1930. Tutto sembra combaciare, compresa la parentela fra le due ricette. Peccato che, appena si cominciano a sfogliare i libri dell’epoca, la storia diventi molto più intricata. Il primo Between the Sheets comparso sulla carta non arriva da Parigi, non contiene cognac e non prevede neppure il limone.
Del Sidecar vi ho già raccontato in uno dei nostri precedenti viaggi fra i cocktail del cinema (esattamente qui). Comunque ci basta ricordare che unisce cognac, Cointreau e limone. Il Between the Sheets attuale conserva gli stessi ingredienti, ma divide la base fra cognac e rum bianco. Per questo è stato spesso descritto come un fratello più audace del Sidecar, anche se all’inizio la ricetta era diversa.
Il nuovo arrivato è il rum e nei primi manuali viene indicato espressamente come Bacardi. La storia ci porta così a Santiago de Cuba, dove nel 1862 Facundo Bacardí ha acquistato una piccola distilleria e ha lavorato a un rum più leggero dei distillati scuri e intensi allora in circolazione. Esperimenti con lieviti, maturazione e filtraggio lo hanno reso particolarmente adatto alla miscelazione e hanno cambiato il modo in cui il rum veniva percepito fuori dall’isola.
Il Proibizionismo americano ha fatto il resto. Mentre negli Stati Uniti bere è diventato illegale, chi poteva permetterselo ha cominciato a raggiungere Cuba, dove gli alberghi, i casinò e i bar dell’Avana accoglievano i turisti con Daiquiri e rum servito alla luce del sole. I viaggiatori tornavano a casa portando con sé bottiglie, ricette e il nome Bacardi, che nei ricettari dell’epoca ha finito quasi per indicare una categoria a sé.
L’altro ingrediente destinato a rimanere è il Cointreau. La distilleria della famiglia era nata ad Angers nel 1849; nel 1885 Édouard Cointreau aveva messo a punto un liquore trasparente ottenuto da scorze d’arancia dolce e amara, più concentrato e meno zuccherino di molte preparazioni dell’epoca. La sua nota agrumata accompagnava bene sia il gin sia il rum e presto avrebbe legato quest’ultimo al cognac.
Nel 1927 MacElhone pubblica a Parigi Barflies and Cocktails. Il Between the Sheets non c’è, ma compare un parente talmente vicino da non poter essere ignorato: il Little Devil, composto da gin, rum Bacardi, Cointreau e succo di limone. MacElhone non se ne attribuisce la paternità; assegna la ricetta a Fitz, bartender del Ciro’s Bar di Londra e suo ex allievo. Gli ingredienti sono quasi tutti al loro posto, ma il nome che stiamo cercando non è ancora apparso.
Il nome arriva due anni dopo dagli Stati Uniti. Nel 1929 Frank Shay pubblica Drawn from the Wood, una raccolta di canti conviviali e ricette illustrata da John Held Jr., l’artista che con le sue flapper e le coppie lanciate nel Charleston aveva dato un volto al Jazz Age. Fra quelle pagine troviamo finalmente il Between the Sheets, accompagnato dalla raccomandazione «Make one for the lady too». La ricetta prevede gin, Bacardi e Cointreau in parti uguali. Niente cognac e niente limone.
È la prima apparizione a stampa documentata e rende molto meno sicura l’attribuzione a MacElhone.
Nel 1930 Harry Craddock la inserisce nel Savoy Cocktail Book con brandy, Cointreau e rum Bacardi in parti uguali, completati da una spruzzata di limone. Il gin è scomparso, il brandy ha preso il suo posto e il legame con il Sidecar è diventato molto più evidente. È da questa formula, diffusa in tutto il mondo dal manuale del Savoy, che discende il cocktail attuale.
La presenza di due distillati nello stesso bicchiere gli ha procurato anche una fama piuttosto temibile. Nel 1934 Patrick Gavin Duffy lo include nell’Official Mixer’s Manual, ma lo contrassegna con un asterisco e avverte che mescolare liquori diversi può provocare un’ubriachezza improvvisa e un pessimo mal di testa il giorno seguente. La raccomandazione non sembra averne frenato la fortuna.
Il nome
Between the Sheets significa letteralmente “tra le lenzuola” e, considerato che il cocktail compare per la prima volta nel 1929, è difficile immaginare che la malizia del nome fosse involontaria. Nello stesso ricettario di Frank Shay la formula è accompagnata dalla raccomandazione «Make one for the lady too», preparatene uno anche per la signora: poche parole, ma sufficienti a completare l’allusione.
Una storia molto diffusa sostiene che il drink venisse servito nei bordelli francesi alle donne che vi lavoravano. Un’altra lo collega a Mr. Polly, direttore del Berkeley Hotel di Londra, che lo avrebbe inventato nel 1921 come ultimo cocktail della serata.
La ricetta
3 cl di rum bianco
3 cl di cognac
3 cl di triple sec
2 cl di succo di limone fresco
Come viene servito
Il Between the Sheets si serve in una coppetta da cocktail ben fredda e arriva senza ghiaccio. La ricetta ufficiale IBA non prevede alcuna guarnizione. In alcune versioni compare una scorza di limone o d’arancia; a differenza di molte interpretazioni del Sidecar, il bordo non viene zuccherato.
Dove lo abbiamo visto
Delitto sotto il sole (1982), con Peter Ustinov, Maggie Smith e Diana Rigg.
Nell’adattamento del romanzo di Agatha Christie diretto da Guy Hamilton, il Between the Sheets viene nominato durante il cocktail che precede la cena. Gli ospiti si sono riuniti nell’albergo e Daphne Castle, interpretata da Maggie Smith, si muove fra loro con la sicurezza della perfetta padrona di casa.
Quando raggiunge Hercule Poirot, gli offre una scelta degna di un bar degli anni Trenta: White Lady, Sidecar, Mainbrace oppure Between the Sheets.
Il cocktail non arriva mai nel bicchiere. Poirot rifiuta l’intera selezione e domanda una crème de cassis o un sirop de banane. Vuole essere sicuro che nell’albergo esista davvero dello sciroppo di banana; Daphne, senza scomporsi, risponde: «Certamente».

La lista scelta da Anthony Shaffer si accorda perfettamente al mondo teatrale dell’albergo, finché Poirot non la manda all’aria con lo sciroppo alla banana. Il Between the Sheets non viene preparato e non possiamo identificarlo fra i bicchieri presenti nella scena: è la battuta di Daphne a permetterci di aggiungerlo al nostro viaggio nei cocktail del cinema.
2) Singapore Sling
Quella del Singapore Sling è una di quelle storie che sembrano scritte apposta per essere raccontate. Siamo nella Singapore del 1915, allora sotto il dominio britannico, al Long Bar del Raffles Hotel. Qui gli uomini possono ordinare tranquillamente whisky e gin, mentre una donna rispettabile dovrebbe accontentarsi di un tè o di un succo di frutta. Secondo la storia tramandata dall’albergo, Ngiam Tong Boon, bartender originario dell’isola cinese di Hainan, ha allora l’idea di mescolare gin e liquori con succhi e granatina. Il risultato sembra un innocente punch rosa e permette alle signore di bere senza compromettere la propria reputazione. Così, almeno secondo la versione tramandata dal Raffles, nasce il Singapore Sling.
Bellissimo, vero? Peccato che ci sia un problema: quando Ngiam avrebbe inventato il drink, a Singapore gli sling rosa circolavano già da parecchio tempo.
Facciamo allora un passo indietro. Alla fine del Settecento lo sling era una miscela molto semplice di distillato, acqua e zucchero. Nell’Ottocento è arrivato in Gran Bretagna e poi nei territori asiatici dell’Impero, raccogliendo lungo la strada agrumi, bitter, liquori e soda. Con il ghiaccio era perfetto per il clima tropicale.
A Singapore, allora parte degli Straits Settlements insieme a Malacca e Penang, funzionari britannici e commercianti si incontravano nei club davanti a whisky con soda, gin pahit, cioè gin e bitter, e naturalmente gin sling.
La prima sorpresa spunta nel 1903, quando un giornale locale parla scherzosamente di «pink slings for pale people», sling rosa per persone pallide. Nel 1910 succede qualcosa di ancora più curioso: un Singapore Gin Sling viene pubblicizzato dall’Anglo-American Bar di Salisburgo. Il bartender del locale trascorreva gli inverni al Savoy Hotel del Cairo e potrebbe aver conosciuto il drink grazie ai viaggiatori che facevano la spola fra l’Asia e l’Europa. Insomma, cinque anni prima della data indicata dal Raffles, il Singapore Sling era già arrivato fino in Austria.
Nel 1913 troviamo quasi una ricetta, nascosta dentro un piccolo atto di ribellione. Il bar del Singapore Cricket Club considerava gli sling poco raffinati e si rifiutava di prepararli. Un socio, però, non si è dato per vinto: ha ordinato separatamente gin, lime, cherry brandy, Bénédictine, bitter, ghiaccio e soda, ha riunito tutto e si è finalmente goduto quello che definiva un vero sling. Mancano l’ananas e la granatina della versione attuale, ma la struttura del cocktail è già lì.
Fra gli ingredienti ce ne sono due che meritano una deviazione. Uno è il Cherry Heering, nato a Copenaghen nel 1818. Peter F. Heering aveva ricevuto la ricetta dalla moglie del suo precedente datore di lavoro e ne aveva ricavato un liquore destinato alle navi mercantili. È arrivato a Calcutta, Shanghai e Giacarta molto prima di entrare nei ricettari internazionali.
Poi c’è la Bénédictine, e qui la storia sembra quasi uscita da un romanzo. Nel 1863 il mercante normanno Alexandre Le Grand ha raccontato di aver trovato la formula di un elisir composto nel 1510 dal monaco Dom Bernardo Vincelli nell’abbazia di Fécamp. Ne avrebbe ricavato un liquore di erbe e spezie contrassegnato dalle lettere D.O.M., Deo Optimo Maximo. Quanto ci sia di monastico e quanto appartenga al talento pubblicitario di Le Grand è difficile stabilirlo. Il successo è certo: nel giro di pochi anni la Bénédictine ha cominciato a viaggiare in tutto il mondo.
Gli sling si bevevano anche in altri bar della città, ma per i viaggiatori stranieri il Raffles è diventato la loro casa naturale. Il nome di Ngiam Tong Boon ha finito così per imporsi, anche se i documenti raccontano una storia molto meno ordinata.
Negli anni Venti i cocktail si sono diffusi fra le élite britanniche, cinesi ed eurasiatiche e sempre più donne hanno frequentato i locali pubblici. I frigoriferi americani hanno portato ghiaccio e cocktail party anche nelle case. La Singapore reale si muoveva più in fretta della leggenda.
Poi arrivano gli anni Settanta e il cocktail cambia di nuovo. Il Raffles attraversa un periodo difficile e il suo direttore, Roberto Pregarz, decide di rilanciare l’albergo puntando anche sulla bevanda più famosa. La rende più colorata e tropicale, aumenta i succhi di frutta, aggiunge il Cointreau e riduce le dosi dei costosi Cherry Heering e Bénédictine. L’ananas e la granatina gli regalano l’aspetto con cui oggi viene servito al Long Bar.
Questa nuova formula viene presentata come la ricetta originale perduta di Ngiam Tong Boon. Gli storici dei cocktail, però, hanno parecchi dubbi: le versioni più antiche erano più asciutte e dell’ananas non c’era traccia. Il Singapore Sling servito oggi al Long Bar ha preso forma soprattutto durante quel rilancio degli anni Settanta.
Il nome
Singapore Sling sembra un nome trasparente: uno sling nato a Singapore. Eppure, all’inizio del Novecento, nei bar della città si parlava soprattutto di gin sling, il nome di una famiglia di bevande che ogni locale poteva interpretare a modo proprio.
Quando lo sling rosa ha cominciato a viaggiare, fuori dalla città è comparsa la definizione Singapore Gin Sling; nei ricettari ha circolato anche Straits Sling, dal nome degli Straits Settlements, il territorio coloniale che riuniva Singapore, Malacca e Penang.
Nel 1922 Robert Vermeire ha descritto lo Straits Sling come una bevanda già molto conosciuta a Singapore. Otto anni dopo Harry Craddock ha inserito nel Savoy Cocktail Book sia il Singapore Sling sia lo Straits Sling, assegnando ai due nomi ricette diverse. La confusione era finita anche sulla pagina.
I discendenti di Ngiam Tong Boon hanno raccontato che al Raffles lo chiamavano semplicemente Gin Sling. Sarebbero stati i viaggiatori, ordinandolo altrove, a legarlo alla città da cui proveniva. Il nome si è formato poco alla volta, seguendo il cocktail da un porto all’altro.
La ricetta
3 cl di gin
1,5 cl di liquore alla ciliegia
0,75 cl di Cointreau
0,75 cl di Bénédictine D.O.M.
12 cl di succo fresco d’ananas
1,5 cl di succo fresco di lime
1 cl di granatina
1 dash di Angostura bitters
Come viene servito
Il Singapore Sling si serve in un bicchiere hurricane, alto, capiente e riconoscibile per la sua forma svasata. Il nome richiama la hurricane lamp, la lampada a vento: il profilo curvo del bicchiere ricorda il vetro sagomato che circondava la fiamma e la proteggeva dalle correnti d’aria. La guarnizione classica, prevista sia dalla ricetta IBA sia da quella del Raffles, è composta da una fetta di ananas e una ciliegia al maraschino. In alcuni locali viene utilizzato un highball o un bicchiere poco grande, ma l’hurricane rimane quello più immediatamente associato al cocktail.
Dove lo abbiamo visto
Ombre malesi (The Letter, 1940), con Bette Davis, Herbert Marshall e James Stephenson.
Questa volta il percorso è cominciato al contrario. Nel film di William Wyler non viene ordinato un Singapore Sling, ma due gin sling. È bastato sentirli nominare per mandarmi a cercare e, qualunque strada prendessi, continuavo a ritrovarmi davanti al Singapore Sling. A quel punto la curiosità ha fatto il resto.
La scena arriva quando l’avvocato Howard Joyce, interpretato da James Stephenson, si trova al bar con Robert Crosbie, il marito di Leslie. Robert è convinto che la situazione della moglie si stia finalmente sistemando e appare molto più tranquillo. I due si siedono, il cameriere si avvicina e Howard ordina: «Two gin slings, Jerry».
Mentre continuano a parlare, il cameriere ritorna con un vassoio e serve loro i due cocktail. È proprio a quel punto che Howard arriva al vero motivo dell’incontro. È emersa una lettera in cui Leslie chiedeva a Geoff Hammond di raggiungerla nel bungalow la notte in cui lo ha ucciso. Un documento che rischia di mettere in discussione la sua versione dei fatti e che fa prendere alla conversazione, cominciata davanti a due Gin Sling, una direzione molto meno rassicurante.

Il film non mostra come siano preparati quei due gin sling. Possiamo soltanto dire che appartengono alla famiglia più antica da cui è nato il Singapore Sling e che la scena si svolge proprio nella Malesia britannica in cui quelle bevande circolavano.
3) Zombie
Ci sono cocktail che arrivano al tavolo con una raccomandazione, e poi c’è lo Zombie. Al Don the Beachcomber di Hollywood l’avvertimento era molto semplice: non più di due per cliente. Naturalmente, invece di scoraggiare gli avventori, quel limite ha fatto crescere ancora di più la curiosità. Se un locale si rifiutava di servire il terzo, quanto potevano essere pericolosi i primi due?

Di Donn Beach vi ho già parlato, ma per capire lo Zombie dobbiamo tornare al piccolo bar che ha aperto a Hollywood alla fine del Proibizionismo. Allora si chiamava ancora Ernest Raymond Gantt e con pochissimo denaro ha trasformato venticinque posti in un rifugio fatto di bambù, reti da pesca e oggetti raccolti durante i suoi viaggi. Fuori c’era la California della Grande Depressione, dentro sembrava di essere finiti dall’altra parte del mondo.
Il bar era a pochi passi dagli studi e fra i suoi clienti sono arrivati Charlie Chaplin, Marlene Dietrich e David Niven. Le bevande che Donn chiamava Rhum Rhapsodies offrivano per qualche ora una vacanza senza lasciare Hollywood.

Il rum era la base perfetta. Dopo tredici anni di Proibizionismo, le scorte di whisky invecchiato erano ridotte, mentre i rum delle Indie Occidentali erano abbondanti ed economici. Il distillato aveva alle spalle la lunga storia della canna da zucchero caraibica, delle colonie e delle piantagioni costruite sul lavoro degli schiavi. Ogni territorio gli aveva dato caratteristiche diverse e Donn ha imparato a sfruttarle.
Nello Zombie ha riunito un rum portoricano più leggero, uno giamaicano dal sapore più pieno e un Demerara ad altissima gradazione, proveniente dall’allora Guiana Britannica. Insieme davano al drink una profondità impossibile da ottenere con una sola bottiglia e una dose alcolica ben superiore a quella di un normale cocktail.
Accanto ai tre rum ha messo lime, granatina, poche gocce di Pernod e Angostura, poi due preparazioni meno familiari. La prima era il falernum, un liquore tradizionale delle Barbados a base di rum, zucchero e lime, profumato con spezie come chiodi di garofano, zenzero e noce moscata. Alla fine dell’Ottocento veniva già descritto come una curiosa miscela di rum e succo di lime; nei primi decenni del Novecento diversi commercianti barbadiani lo imbottigliavano accanto ai propri rum.
La seconda era il Don’s Mix, un composto di pompelmo e sciroppo speziato destinato a rimanere misterioso per decenni. Gli agrumi e le spezie rendevano lo Zombie molto più armonioso di quanto la sua gradazione lasciasse immaginare. Ed era proprio questo a renderlo insidioso: non aveva affatto il sapore brutale che ci si sarebbe aspettati.
La leggenda sulla nascita del nome parte nel 1934. Un cliente sarebbe arrivato al bar con i postumi di una sbornia e un impegno di lavoro da affrontare. Donn gli ha preparato al momento una delle sue miscele. Qualche giorno dopo l’uomo è tornato e gli ha detto che quel cocktail lo aveva trasformato in uno zombie per tutto il viaggio. In alcune versioni doveva partecipare a una riunione, in altre prendere un aereo; a volte diventa persino Jack, un amico di Donn. I particolari cambiano abbastanza da ricordarci quanto Beach amasse infiocchettare i propri racconti.
Il limite di due a cliente è diventato una pubblicità formidabile. Sui giornali, alla radio e nelle vignette, lo Zombie ha cominciato a circolare come una prova di coraggio hollywoodiana. La sua fama ha attraversato il Paese, anche se quasi nessuno sapeva che cosa ci fosse dentro.
Donn custodiva le ricette con una diffidenza degna di un agente segreto. Poiché i concorrenti cercavano di copiarle assumendo i suoi dipendenti, ha usato bottiglie senza etichetta, contrassegnate soltanto da numeri, e miscele preparate in anticipo. I bartender seguivano istruzioni cifrate senza conoscere necessariamente tutto ciò che versavano. Chi proponeva uno Zombie altrove era spesso costretto a inventarselo.
Nel 1939 una di queste versioni è arrivata all’Esposizione universale di New York grazie all’impresario Monte Proser. Il successo è stato enorme e gli Zombie hanno cominciato a moltiplicarsi, spesso più dolci e caricati di rum senza molta attenzione all’equilibrio. Il nome era celebre, la ricetta originale quasi irraggiungibile.
Anche Donn l’ha modificata più volte. Nel 1994 lo storico dei cocktail Jeff “Beachbum” Berry ha cominciato a cercare quella del 1934, intervistando vecchi dipendenti e raccogliendo menu e appunti privati. Nel 2005 Jennifer Santiago gli ha mostrato il taccuino del padre Dick. Fra quelle pagine c’era una ricetta indicata come old Zombie Punch.
Restava da decifrare il Don’s Mix. Il taccuino parlava di due parti di pompelmo e una di “Spices #4”, ma nessuno ricordava che cosa nascondesse quel numero. La risposta è arrivata dal veterano dei bar tropicali Bob Esmino, che lo ha identificato come uno sciroppo alla cannella. Dopo più di dieci anni di ricerche, Berry ha ricomposto la versione oggi considerata più vicina all’originale.
Un cocktail nato dietro un bancone hollywoodiano è stato copiato per decenni e infine ricostruito partendo da un vecchio taccuino e da una bottiglia indicata con un numero. Donn lo definiva «un rimedio per i sogni infranti». Ai clienti, però, continuava a concederne soltanto due.
Il nome
Il racconto del cliente spiega come Donn Beach giustificava il nome, ma nel 1934 la parola zombie era appena entrata con forza nell’immaginario americano. Nel 1929 il giornalista William Seabrook aveva pubblicato The Magic Island, resoconto del periodo trascorso ad Haiti, descrivendo uomini e donne che si dicevano morti, richiamati a una parvenza di vita e costretti a lavorare come automi. Il libro ha avuto un enorme successo, anche se oggi viene letto con molte riserve per il modo in cui ha trasformato Haiti e il Vodou in materia esotica.
Tre anni dopo Hollywood ha raccolto quella suggestione con White Zombie di Victor Halperin, interpretato da Bela Lugosi e considerato il primo lungometraggio dedicato a queste creature. Non erano ancora i morti viventi affamati di carne arrivati in seguito: camminavano e lavoravano, ma erano privi di volontà. Quando il cliente di Donn ha detto che il cocktail lo aveva trasformato in uno zombie, il paragone era immediato e perfetto per una bevanda che nascondeva tanto bene la propria forza.
La ricetta
4,5 cl di rum scuro giamaicano
4,5 cl di rum portoricano dorato
3 cl di rum Demerara
2 cl di succo fresco di lime
1,5 cl di falernum
1,5 cl di Donn’s Mix, preparato con due parti di succo di pompelmo giallo e una di sciroppo alla cannella
1 cucchiaino di granatina
1 dash di Angostura bitters
6 gocce di Pernod
Come viene servito
Lo Zombie si serve in un tumbler alto, stretto e dalle pareti dritte, chiamato spesso zombie glass. Arriva colmo di ghiaccio tritato e guarnito con un ciuffo generoso di menta. Le scenografiche tazze tiki appartengono soprattutto alle interpretazioni moderne; la presentazione classica era un semplice bicchiere trasparente a tubo.
Dove lo abbiamo visto
Highways by Night (1942), con Richard Carlson, Jane Randolph e Jane Darwell.
Lo Zombie compare quasi all’inizio del film, durante la festa di compleanno di Tommy Van Steel, un giovane milionario cresciuto sotto una campana di vetro e decisamente poco abituato all’alcol. Quando gli mettono il cocktail in mano, Tommy non lo sorseggia: lo manda giù tutto insieme, spiegando che preferisce liberarsene il prima possibile. «Famose ultime parole», commenta qualcuno al tavolo.

Prima di andare a ballare con un altro invitato, la fidanzata Ellen gli raccomanda di non bere più. Tommy, già infastidito dal suo tono materno, replica che naturalmente «la mamma sa sempre che cosa è meglio». Poi confessa di trovare quel drink piuttosto stimolante e domanda come si chiami. È uno Zombie, gli rispondono, e anche se a lui sembra del tutto innocuo, gli assicurano che ne sentirà presto gli effetti.
Tommy brinda allora allo zio Ben, che da anni lo tormenta chiamandolo “ameba”. Quando la donna seduta accanto a lui gli chiede che cosa sia, lui le spiega molto seriamente che l’ameba è la forma più semplice della vita animale e che proprio per questo considera il paragone offensivo.
Lo Zombie comincia intanto a fare il proprio dovere. Tommy raggiunge il bancone e prova a ordinarne un altro, ma il barista gli comunica che ne viene servito soltanto uno per cliente. Lui tenta allora un piccolo escamotage, chiedendo a un altro uomo se può offrirgli un drink, ma il barista non ci casca. Non importa: un solo Zombie è bastato. Poco dopo Tommy si ribella finalmente a Ellen, lascia il locale e decide di proseguire la serata da solo, mettendo così in moto tutta la storia.

In meno di dieci anni il cocktail aveva costruito una reputazione tanto precisa che al film non è servito spiegare altro: uno Zombie ha trasformato il ragazzo che lo zio chiamava “ameba” nel motore della commedia.
4) Bee’s Knees
Se avete già incontrato la storia del Bee’s Knees, è molto probabile che ve l’abbiano raccontata così: siamo negli anni del Proibizionismo, il gin clandestino è talmente cattivo che qualcuno decide di coprirne il sapore con miele e limone, ed ecco nato il cocktail. È una spiegazione perfetta, forse fin troppo. Perché quando si torna alle prime tracce documentate, invece di ritrovarsi in uno speakeasy americano ci si ritrova a Parigi, davanti a due possibili inventori e a un piccolo mistero che non si è mai risolto del tutto.
Partiamo però da cosa c'è in quel bicchiere. Il Bee’s Knees appartiene alla famiglia dei sour: un distillato, una parte acida e una dolce. Qui lo zucchero ha lasciato il posto al miele, un ingrediente antichissimo, ma meno comodo dietro il bancone: è denso, non si scioglie facilmente e porta con sé un profumo preciso. Se finisce in un cocktail, insomma, si fa notare.
Gin e miele, in realtà, si erano già incontrati. Nel 1904 il barman Frank Newman ha inserito un Gin and Honey nel suo manuale American-Bar, pubblicato proprio a Parigi. Non è ancora il Bee’s Knees, ma dimostra che l’idea circolava molto prima del Proibizionismo. È stato il limone a completare l’equilibrio e a trasformare quella combinazione in qualcosa di nuovo.
La prima pista vera ci porta al 22 aprile 1929. Il Brooklyn Standard Union dedica un articolo ai bar parigini frequentati dalle donne e racconta che il Bee’s Knees è stato inventato da Mrs J. J. Brown di Denver e Parigi, vedova del celebre magnate minerario. Dietro quel nome un po’ formale si nasconde una donna che noi abbiamo già incontrato al Barbizon: Margaret Brown, la passeggera del Titanic che la memoria popolare ha trasformato nell’«inaffondabile Molly Brown».
Viaggiatrice, suffragista e perfettamente a suo agio nei salotti europei, Molly aveva trascorso lunghi periodi in Francia. L’idea che potesse suggerire o battezzare un cocktail non sembra quindi così strana. L’articolo parla di una combinazione piuttosto dolce di miele e limone, ma non ci consegna una ricetta completa né spiega dove sia stata preparata.
Nello stesso anno compare però una seconda traccia. Il ricettario francese Cocktails de Paris pubblica il Bee’s Knees con gin, limone e miele e lo attribuisce a Frank Meier, capo barman del Ritz. Nato in Tirolo in una famiglia di albergatori, Meier aveva imparato il mestiere fra Londra e New York e, dopo aver combattuto nella Legione straniera durante la Prima guerra mondiale, era tornato a Parigi. All’inizio degli anni Venti gli è stato affidato il bar del Ritz, diventato sotto la sua guida uno dei grandi punti d’incontro della città.
Al suo bancone sedevano scrittori, aristocratici e americani in fuga dal Proibizionismo. Meier era così conosciuto che nel 1926 il giornalista Basil Woon ha scritto che la sua amicizia era ricercata più di quella di molti presidenti.
Allora chi ha inventato davvero il Bee’s Knees? Molly Brown oppure Frank Meier? Le due piste nascono nello stesso anno e nella stessa città, e questa vicinanza ha suggerito un’ipotesi irresistibile: che Meier possa aver preparato il cocktail per lei. È possibile, ma non abbiamo nulla che permetta di farli incontrare davanti a quel bicchiere.
Meier, da parte sua, non ha mai rinunciato alla paternità. Nel 1936 ha pubblicato The Artistry of Mixing Drinks e ha contrassegnato con le iniziali «FM» le ricette che considerava proprie. Il Bee’s Knees porta proprio quel marchio.
E il gin terribile del Proibizionismo? Distillati clandestini di qualità incerta circolavano davvero, e miele e limone potevano renderli più piacevoli. Ma la storia secondo cui il cocktail sarebbe nato apposta per mascherarli si è consolidata soprattutto dopo. Le prime tracce ci riportano comunque alla Parigi cosmopolita degli anni Venti, dove il nome di Molly Brown e quello di Frank Meier compaiono quasi nello stesso momento. Chi dei due abbia avuto per primo l’idea continua a sfuggirci.
Il nome
Tradotto alla lettera, Bee’s Knees significa «le ginocchia dell’ape», un’espressione senza molto senso. Nei primi anni Venti l’inglese americano si è riempito di formule assurde usate per indicare qualcosa o qualcuno di eccezionale: the cat’s pajamas, il pigiama del gatto; the cat’s meow, il miagolio del gatto; the flea’s eyebrows, le sopracciglia della pulce. Dire che una persona era the bee’s knees significava che era il massimo.
In precedenza l’espressione poteva indicare qualcosa di minuscolo o insignificante; negli anni ruggenti ha cambiato completamente tono ed è diventata un complimento alla moda. Il cocktail ha avuto così un nome modernissimo e immediatamente riconoscibile, con in più una coincidenza fin troppo bella: dentro il bicchiere c’era davvero il miele prodotto dalle api.
La ricetta
5,25 cl di gin secco
2 cucchiaini di sciroppo di miele
2,25 cl di succo fresco di limone
2,25 cl di succo fresco d’arancia
Come viene servito
Il Bee’s Knees si serve in una coppetta cocktail ben fredda. La guarnizione è facoltativa e molto semplice: una scorza di limone oppure d’arancia, strizzata sulla superficie e appoggiata sul bordo. Il colore resta chiaro, appena dorato, quasi un richiamo discreto al miele.
Dove lo abbiamo visto
Per un momento ho pensato di aver trovato il Bee’s Knees in Good News, il musical del 1947 con June Allyson e Peter Lawford. Una battuta definisce una ragazza «the bee’s knees, the cat’s meow» e sembrava la traccia giusta; controllando la scena, però, ho scoperto che nessuno stava ordinando da bere. Era soltanto l’espressione idiomatica che vi dicevo.
Il cocktail vero compare invece in 1923, la serie (prequel di Yellowstone) con Harrison Ford e Helen Mirren, curioso ponte fra la Hollywood di ieri e quella di oggi: lui ha esordito sullo schermo nel 1966, lei ha interpretato Cleopatra con il National Youth Theatre nel 1965. Non sono loro, però, al centro della scena che ci interessa.
Nel terzo episodio Jack, Elizabeth e alcuni giovani cowboy entrano in uno speakeasy di Bozeman. Suona il jazz e si balla il Charleston. Quando Jack vede i cocktail che ha ordinato una coppia elegante seduta ad un tavolino e chiede al barman cosa siano, questi gli risponde: Gin Rickey per gli uomini e Bee’s Knees per le donne. Ne ordinano quattro per tipo e brindano.
Devo confessarvi che 1923 non l’ho ancora vista. Ho controllato la scena per essere certa che il cocktail ci fosse davvero, ma tra lo speakeasy, il Charleston e Harrison Ford e Helen Mirren nello stesso western, a questo punto mi è venuta una gran voglia di recuperarla. Comincio cercando un drink e finisco con un’altra serie nella lista (orfana dell'app TV Time su cui segnavo tutto, non mi sono ancora decisa tra le due alternative Bingers e Suite TV e ogni cosa devo ricordarmi di segnarla in due posti diversi, quanto sarà ancora sostenibile questa mia indecisione?!).
Ed è proprio per momenti come questo che, pur essendo astemia, continuo a scrivere di cocktail. Parto da un nome ascoltato in un film, comincio a seguirne le tracce e finisco per scoprire che dietro quel bicchiere si nascondono persone e storie che avevo già incontrato altrove. Solo che, fino a quel momento, non sapevo ancora che fossero collegate.
Con Molly Brown mi è successo più volte. Personalmente l’avevo adorata già nella versione interpretata da Kathy Bates in Titanic, poi avevo incontrato Debbie Reynolds in Voglio essere amata in un letto d’ottone, il film liberamente ispirato alla sua vita. Anni dopo l’ho ritrovata durante le mie ricerche sul Barbizon, l’albergo newyorkese nel quale ha trascorso l’ultima parte della sua esistenza.
Pensavo che il cerchio fosse ormai chiuso. Invece è bastato mettermi sulle tracce del Bee’s Knees perché Molly si presentasse ancora una volta, questa volta nella Parigi degli anni Venti e nelle vesti, decisamente impreviste, di possibile inventrice di un cocktail. È questo genere di incontro a riaccendere ogni volta il mio entusiasmo. Storie che sembravano appartenere a mondi lontanissimi finiscono per toccarsi e una ricerca cominciata quasi per gioco apre collegamenti che non avrei mai pensato di trovare.
Con questo siamo arrivati alla fine del nostro decimo viaggio e a quaranta cocktail raccontati. Quaranta, per un’astemia, potrebbero anche essere sufficienti. Ma ormai mi conoscete: da qualche parte, dentro un vecchio film, c’è certamente un altro bicchiere appoggiato su un bancone. E se dovessi accorgermene… be’, sapete già come va a finire.
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- lunedì, settembre 07, 2026
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