A volte capita di incontrare un particolare personaggio così tante volte che sembra che l'universo voglia dirti, in modo neanche troppo sottile, approfondiscilo perchè merita. Questo articolo nasce proprio così. Ogni volta che ho seguito le tracce di un cocktail legato alla vecchia Hollywood, ho finito per imbattermi in Don the Beachcomber. Come sapete, i cocktail per me restano materia da investigare più che da assaggiare, visto che sono completamente astemia (gli articoli dei cocktail sono tutti qui).
Anche il nome, poi, ha fatto la sua parte: Don the Beachcomber, letteralmente “Don il pettinatore delle spiagge”. Sembrava già il titolo di un film d’avventura, o il soprannome di un uomo incontrato in un porto, con il rum in mano e una valigia piena di oggetti strani. Invece dietro quel nome c’è Ernest Raymond Beaumont Gantt, un ragazzo texano che ha viaggiato tra Caraibi e Pacifico, è arrivato a Los Angeles negli anni della Grande Depressione e, poco alla volta, ha trasformato se stesso in un personaggio.
Hollywood è il posto perfetto per una storia del genere. È una città abituata a cambiare i nomi, costruire identità, inventare mondi in cui il pubblico ha voglia di credere. Gli Studios possono far sembrare una spiaggia californiana un’isola dei Mari del Sud; Gantt ha fatto qualcosa di simile dietro un bancone. Ha preso rum caraibico, bambù, reti da pesca, oggetti raccolti nei suoi viaggi, cucina cantonese e penombra, e li ha trasformati in una fuga tropicale servita a pochi passi da Hollywood Boulevard.
Quello che qualche anno più tardi rientra sotto il nome di cultura tiki nasce anche da qui: non da una Polinesia autentica, ma da una fantasia californiana piena di cinema, desiderio di evasione e iniziativa imprenditoriale. Donn Beach non si limita ad aprire un locale. Ha una visione, la riempie di dettagli, la rende vendibile, imitabile, riconoscibile. Prima in una ex sartoria minuscola, poi in un ristorante frequentato da attori, registi, produttori e personaggi degli Studios.
Più ho seguito la sua storia, più mi sono resa conto che il protagonista non è soltanto Don the Beachcomber, il locale, ma Donn Beach, l’uomo che lo ha immaginato. Intorno a lui si muove un cast irresistibile: Sunny Sund, donna originale e lungimirante, che capisce prima di molti altri come trasformare un bar pieno di rum e bambù in un’impresa nazionale; Ava Gardner, che proprio lì beve con Mickey Rooney gli Zombie migliori della California, poco prima di accettare la proposta di matrimonio che li porterà all’altare; William Travilla, che vende da Donn Beach i suoi quadri ispirati a Tahiti e viene scoperto da Ann Sheridan, prima di diventare il costumista di Marilyn Monroe; e i bartender filippini che, lontano dai riflettori della sala, preparano i cocktail su cui si costruisce una parte fondamentale della leggenda tiki.
Vi racconterò quindi come Ernest Gantt è diventato Donn Beach, come una piccola ex sartoria di McCadden Place si è trasformata in uno dei luoghi più curiosi della notte hollywoodiana, e come un paradiso artificiale fatto di rum, bambù, pioggia finta, cucina cinese e isole immaginate abbia finito per riflettere, meglio di molti altri posti, la grande specialità di Hollywood: prendere un sogno e dargli una scenografia.
Il ragazzo texano che inseguiva le isole
La nostra storia comincia con Donn Beach, anche se quando la sua vita è iniziata non si chiamava ancora così. Ernest Raymond Beaumont Gantt nasce il 22 febbraio 1907 a Mexia, nella contea di Limestone, in Texas.
Il padre aveva lavorato nel mondo alberghiero a New Orleans, poi si era spostato in Texas per cercare fortuna nel petrolio. Ernest cresce così in una famiglia in cui cambiare città, mestiere e prospettiva non è qualcosa di eccezionale, ma quasi una consuetudine.
Da ragazzo non sembra fatto per una strada ordinata. A diciotto anni usa il denaro destinato agli studi per viaggiare e comincia a muoversi tra Caraibi e Pacifico: Giamaica, Australia, Papua Nuova Guinea, isole Marchesi, Tahiti. Sono luoghi che per molti americani appartengono ai romanzi d’avventura, ma che per lui diventano ricordi, racconti e oggetti da riportare indietro.
Nel dicembre del 1931, a ventiquattro anni, arriva a Los Angeles. La città lo accoglie in un momento difficile: la Grande Depressione pesa ancora su ogni cosa e il Proibizionismo è agli ultimi mesi, con l’alcol che continua a circolare tra speakeasy, forniture clandestine e locali abituati a vivere nell’ombra. Gantt si arrangia come può. Lavora nella ristorazione, accetta impieghi occasionali e si muove anche nel bootlegging, soprattutto nel contrabbando di rum.
Intanto Hollywood gli offre un’altra possibilità. Gli Studios girano quasi tutto in California, anche quando devono raccontare isole, giungle e villaggi dei Mari del Sud. Gantt, che ha viaggiato davvero in quei luoghi e ha riportato con sé maschere, reti, armi cerimoniali e manufatti polinesiani, diventa una presenza utile. Collabora come consulente tecnico per alcune produzioni ambientate nel Pacifico e mette a disposizione il suo occhio, i suoi racconti e soprattutto i suoi oggetti. In un teatro di posa basta poco per cambiare geografia: una rete appesa, una maschera al posto giusto, qualche bambù, e una spiaggia californiana può cominciare a sembrare un’isola lontana.
Questa esperienza è decisiva perché gli insegna a ragionare come uno scenografo. Gantt vede da vicino come il cinema costruisce l’altrove: con dettagli riconoscibili, luci, materiali e atmosfera. Quando il Proibizionismo finisce e decide di aprire il suo primo piccolo locale vicino a Hollywood Boulevard, non parte soltanto da bottiglie e bicchieri. Porta dentro quel bar i suoi viaggi, il rum, gli oggetti raccolti negli anni e tutto ciò che ha imparato osservando i set.
È qui che Ernest Gantt comincia a diventare Don the Beachcomber. Il nome sembra quasi quello di un personaggio d’avventura. Beachcomber, letteralmente “pettinatore della spiaggia”, indica chi vaga lungo la riva raccogliendo ciò che il mare porta a terra: conchiglie, legni, relitti, oggetti perduti. Nel linguaggio dell’epoca evoca anche il vagabondo dei tropici, l’uomo senza vera dimora che vive tra porti, isole, bar e racconti di mare. Gantt ci aggiunge quel Don che suona quasi come un titolo e trasforma tutto in maschera: non più solo Ernest, il ragazzo texano arrivato a Los Angeles in cerca di fortuna, ma Don, l’uomo delle spiagge lontane.
All’inizio è il nome del locale, poi diventa anche il nome con cui tutti identificano lui. In seguito lo abbrevia in Donn Beach, trasformando il personaggio in identità. A Hollywood, dove molti attori cambiano nome per sembrare più memorabili, anche lui fa lo stesso. Solo che il suo palcoscenico non è davanti alla macchina da presa: è dietro il bancone di un piccolo bar tropicale nato a pochi passi da Hollywood Boulevard.
Una ex sartoria, ventiquattro posti e molto rum
Quando il Proibizionismo finisce, nel dicembre del 1933, Gantt è pronto a trasformare in mestiere tutto quello che ha raccolto negli anni precedenti: il rum, i racconti di viaggio, gli oggetti portati dai mari lontani e quella capacità molto hollywoodiana di far sembrare straordinario anche uno spazio minuscolo.
Il primo Don’s Beachcomber Café nasce al 1722 North McCadden Place, poco distante da Hollywood Boulevard, quasi per un colpo di fortuna. Gantt scopre che un piccolo locale occupato fino a poco prima da una sartoria si è appena liberato. Non è grande, non è elegante, non ha nulla dell’indirizzo destinato a diventare leggenda, ma per lui è perfetto: si trova nel posto giusto e costa abbastanza poco da poter rischiare. Lo spazio misura appena quattro metri per nove. Gantt lo prende in affitto per cinque anni a trenta dollari al mese, costruisce un bar capace di accogliere una ventina di clienti e sistema qualche tavolo nello spazio rimasto. Da fuori sembra quasi niente; dentro, però, comincia a diventare il suo primo paradiso artificiale.
Dentro sistema quello che ha a disposizione: reti da pesca, legni, pezzi di barche, bambù, oggetti raccolti durante i viaggi, manufatti polinesiani, ricordi veri e ricordi forse un po’ abbelliti. Ogni cosa serve a creare l’impressione di essere entrati in un altro mondo. I mezzi sono pochi, ma l’intuizione è chiarissima: chi varca quella porta deve dimenticare per qualche ora di trovarsi a Los Angeles.
Anche la scelta del rum ha una logica precisa. Negli Stati Uniti degli anni Trenta non è ancora il distillato elegante e ricercato che il pubblico assocerà poi ai cocktail tropicali. È economico, disponibile, legato ai Caraibi e ai traffici del Proibizionismo, quindi perfetto per Gantt. Lui lo prende e lo trasforma nel centro di una piccola mitologia personale. Lo mescola con succhi, sciroppi, spezie, frutta, e soprattutto gli dà nomi capaci di incuriosire prima ancora dell’assaggio.
Anni dopo, un articolo di giornale aggiunge alla leggenda dello Zombie una curiosità irresistibile: il suo creatore beve latte. La fotografia mostra Donn Beach in giacca e cravatta, con un bicchiere in mano, mentre la didascalia insiste sul paradosso: ha inventato uno dei cocktail più famosi e temuti della sua epoca, ma gli Zombie non li tocca. Nello stesso articolo Donn racconta anche la versione più celebre sulla nascita del drink. Un amico deve volare a San Francisco e gli chiede qualcosa di alto e potente. Donn mescola diversi rum, gli serve il cocktail in un grande bicchiere, poi l’amico ne beve un secondo e vorrebbe perfino il terzo. Quando arriva a San Francisco, però, racconta di essersi sentito come un morto che cammina. A quel punto Donn decide di chiamare quel miscuglio Zombie.
Il successo arriva attraverso il passaparola. Hollywood funziona anche così: basta che una persona giusta trovi un posto curioso, lo racconti a cena, ci porti un amico, e nel giro di poco tempo quel locale smette di essere un indirizzo qualunque. Uno dei primi clienti importanti è il giornalista Neil Vanderbilt, che prova il Sumatra Kula, resta colpito e torna con altri amici. Tra loro c’è anche Charlie Chaplin. È uno di quei piccoli episodi che spiegano meglio di qualsiasi pubblicità come Don’s Beachcomber Café sia entrato nel giro che conta.
Gantt ama ripetere ai clienti una frase che riassume perfettamente il senso del locale: “Se non potete raggiungere il paradiso, sarò io a portarlo da voi.” In quelle poche parole c’è già tutto il suo progetto.
La leggenda attraversa la strada
Nel giro di poco tempo, il locale al 1722 North McCadden Place comincia a stargli stretto: quei ventiquattro posti non bastano più ad accogliere tutti i clienti. Chi entra una volta tende a tornare, spesso portando con sé qualche amico incuriosito da quel piccolo bar appena fuori Hollywood Boulevard, dove si beve rum in mezzo a reti da pesca, bambù e oggetti arrivati dai Mari del Sud. In una città come Hollywood, il passaparola corre veloce: quando un posto piace alle persone giuste, anche una stanza minuscola può diventare un indirizzo da segnare.
Gantt capisce che, per far crescere davvero la sua idea, ha bisogno di uno spazio più adatto. Lo trova poco più in là, dall’altra parte della strada, al 1727 North McCadden Place. Il nuovo locale è più grande, permette di aggiungere una vera cucina, accogliere più clienti e costruire un ambiente meno improvvisato. Per riuscire nel trasferimento non è solo: accanto a lui c’è Cora Irene “Sunny” Sund, la donna che in questa fase diventa fondamentale. Sunny aiuta a raccogliere il denaro necessario e porta nel progetto una concretezza che bilancia molto bene la fantasia di Gantt. Lui immagina il mondo, lei contribuisce a trasformarlo in un’impresa.
Il passaggio nella nuova sede avviene intorno al 1937. Da questo momento Don the Beachcomber cambia dimensione. Il primo café-bar, nato subito dopo la fine del Proibizionismo, lascia il posto a un ristorante più ambizioso, ancora immerso nella stessa atmosfera tropicale, ma pensato per durare, crescere e farsi riconoscere. È qui che l’indirizzo diventa davvero uno dei luoghi più curiosi della notte hollywoodiana.
La posizione aiuta moltissimo. McCadden Place si trova nel cuore di Hollywood, a pochi passi da Hollywood Boulevard, dal vecchio Hollywood Hotel e dal Grauman’s Chinese Theatre. Intorno passano attori, giornalisti, produttori, tecnici degli Studios, ragazze arrivate in città con la speranza di un provino e turisti desiderosi di sfiorare quel mondo. Don the Beachcomber si trova esattamente dove deve essere: abbastanza vicino al cinema da respirarne l’aria, abbastanza nascosto da sembrare una scoperta.
Nella nuova sede il locale si allarga anche nell’immaginazione. Non basta più un piccolo bancone con qualche tavolo. Arrivano sale più curate, una cucina, un arredamento più ricco, un’idea di serata completa. Nelle vecchie indicazioni compare anche il numero di telefono HO 9-3968, dettaglio minuscolo ma delizioso, perché fa pensare a un’epoca in cui un tavolo si prenota chiamando l’operatore, segnando l’indirizzo su un’agenda e preparandosi a uscire davvero.
Da quel momento Don the Beachcomber non è più soltanto il bar di un uomo pieno di storie. Diventa un indirizzo. E a Hollywood, quando un indirizzo comincia a circolare tra le persone giuste, può trasformarsi molto rapidamente in leggenda.
Una giungla artificiale a Hollywood
Nel nuovo locale al 1727 North McCadden Place, Donn può finalmente dare forma completa alla sua idea. Se il primo café-bar aveva il fascino un po’ improvvisato delle cose nate con pochi mezzi e molta fantasia, qui il progetto diventa più ambizioso. Don the Beachcomber non deve più sembrare soltanto un bar curioso: deve dare al cliente la sensazione di essere entrato in un altro mondo.
Appena varcata la soglia, la prima cosa da fare è abituare gli occhi alla penombra. L’interno è volutamente buio, raccolto, quasi separato dalla strada. Fuori ci sono Hollywood Boulevard, le automobili, le insegne, i marciapiedi pieni di gente; dentro comincia una specie di crepuscolo tropicale, costruito con legno, bambù, corde, reti da pesca e oggetti che sembrano arrivati da un viaggio nei Mari del Sud. È un ambiente pensato per cancellare Los Angeles, o almeno per sospenderla per qualche ora.
Il cuore del locale è il lungo bar di bambù, con sgabelli coordinati, dietro cui Donn prepara i suoi drink al rum come se fossero formule segrete. Alle pareti compaiono reti da pesca, pezzi di barche, legni consumati, grandi galleggianti di vetro nelle sfumature del blu e del verde, conchiglie, maschere, scudi, copricapi, mascelle di squalo, idoli intagliati e manufatti polinesiani. L’effetto è volutamente carico, quasi teatrale. Ogni angolo deve suggerire una storia: un naufragio, un’isola, un porto lontano, un oggetto raccolto chissà dove e portato lì per alimentare il mistero.
Il locale è organizzato in piccole sale, alcune con nomi oggi decisamente legati al gusto coloniale e sensazionalistico dell’epoca, come The Black Hole of Calcutta e The Cannibal Room. Sono nomi scelti per colpire l’immaginazione del cliente degli anni Trenta, abituato a un esotismo fatto più di romanzi d’avventura, film e fantasie occidentali che di autentica conoscenza delle culture del Pacifico. Don the Beachcomber non ricostruisce un luogo reale: mette insieme suggestioni, oggetti, luci e paure addomesticate, trasformandole in intrattenimento.
Uno degli effetti più celebri è la pioggia artificiale. Donn fa installare un sistema sopra il tetto di lamiera del locale, in modo che, a un certo punto della serata, i clienti sentano il rumore della pioggia che batte sopra le loro teste. L’idea è semplice e geniale: se fuori sembra piovere, nessuno ha fretta di uscire. Si resta ancora un po’, si ordina un altro giro, ci si lascia avvolgere da quella tempesta tropicale perfettamente finta ma molto convincente. È una trovata commerciale, certo, ma anche un piccolo trucco da scenografo.
Anche il modo in cui vengono preparati i drink contribuisce al mistero del locale. Le ricette sono custodite con grande attenzione, le bottiglie spesso non mostrano etichette riconoscibili e gli ingredienti vengono indicati con sigle o codici, così che nessuno possa copiarli facilmente. Per i clienti tutto questo aumenta il fascino dell’esperienza: non stanno semplicemente ordinando un cocktail, stanno entrando in un piccolo rituale di casa, regolato da nomi strani, bicchieri particolari e dosi che solo Donn e i suoi barman sembrano conoscere.
La cucina cantonese sotto le palme
Se Don the Beachcomber si presenta come un viaggio nei Mari del Sud, la cucina racconta una storia un po’ diversa. Sui menù e nella comunicazione del locale compaiono espressioni come South Seas o South Pacific cuisine, perfette per accompagnare l’atmosfera di bambù, reti da pesca e temporali tropicali. Nei piatti, però, la base è soprattutto cantonese, rielaborata per il gusto americano e rivestita di fantasia isolana.
Nei suoi primi anni a Los Angeles, Gantt ha lavorato anche in alcuni ristoranti di Chinatown. Quel passaggio gli ha lasciato una certa familiarità con sapori, ingredienti e modi di cucinare che molti americani guardano ancora con curiosità e diffidenza. Quando Don the Beachcomber comincia a crescere, dietro le palme e le torce trova quindi posto una cucina di base cantonese, che Sunny Sund contribuisce poi a organizzare, raffinare e trasformare in una proposta ristorativa vera.
Nell’America degli anni Trenta, del resto, per molti clienti tutto ciò che si trova “oltre” la California finisce dentro un’unica grande categoria dell’esotico. Cina, Hawaii, Tahiti, Caraibi e Pacifico si mescolano nell’immaginario popolare molto più che nelle carte geografiche. Donn Beach capisce benissimo questa confusione e la usa a suo vantaggio: non propone una cucina filologica, ma un’esperienza nuova, colorata, abbastanza lontana dalle abitudini quotidiane da sembrare avventurosa.
Sunny, però, dà a quell’esperienza una struttura. Non si limita ad accompagnare Donn nell’impresa e non resta sullo sfondo del locale come una figura decorativa. Ha fiuto pratico, attenzione per il servizio e una visione molto precisa di ciò che il ristorante può diventare. Se Donn ha creato il personaggio e l’atmosfera, Sunny lavora perché Don the Beachcomber non sia soltanto un bar di drink potenti e scenografici, ma anche un posto in cui si va davvero a cenare.
Per questo viene assunto uno chef cinese, e il menù comincia a distinguersi dai classici chop suey e chow mein che molti americani associano allora alla cucina cinese. Don the Beachcomber propone piatti più curati, ricchi di ingredienti che per il pubblico medio sono ancora insoliti: salsa d’ostrica, salsa di prugne selvatiche, germogli di bambù, castagne d’acqua, semi di loto, litchi. Alcuni prodotti devono essere importati direttamente dalla Cina, dettaglio che dà al locale un’aria ancora più speciale.
La cucina resta cinese, ma viene servita con un abito tropicale. Ananas, cocco, presentazioni scenografiche e nomi evocativi aiutano a farla entrare nel mondo di Donn Beach. Il cliente non ha la sensazione di ordinare soltanto una pietanza cantonese: si trova davanti un piatto che sembra appartenere allo stesso universo dei cocktail al rum, delle maschere alle pareti e della pioggia finta sul tetto. Anche il cibo partecipa alla messa in scena.
Sunny capisce però che quella novità può anche intimidire. Per molti americani degli anni Trenta e Quaranta, la cucina cinese incuriosisce, ma può suscitare diffidenza. Per questo il locale dispone anche di personale capace di spiegare il menù agli ospiti, aiutandoli a scegliere e a orientarsi tra piatti dai nomi poco consueti. Le porte della cucina vengono dotate di piccoli oblò, così i clienti possono sbirciare all’interno e vedere con i propri occhi che cosa succede dietro le quinte.
All’ingresso, inoltre, Don the Beachcomber sviluppa una forma precoce di commercio collegato al ristorante. Non ci sono solo il bar e la sala da pranzo: ci sono anche un rum shop, un negozio di souvenir e una piccola drogheria cinese. Chi entra può bere, cenare, comprare qualcosa, portarsi via un oggetto o un sapore. Donn e Sunny hanno capito che il locale non deve finire nel momento in cui il cliente paga il conto. Deve lasciare una traccia, un ricordo, magari un acquisto da mostrare a casa.
È anche per questo che Don the Beachcomber diventa qualcosa di più di un ristorante alla moda. Dietro le palme e le torce, offre a molti americani un primo incontro, filtrato e spettacolare, con sapori che escono dalla cucina domestica tradizionale. Non è una Polinesia autentica, e nemmeno vuole esserlo. È una fantasia californiana costruita con ingredienti cinesi, rum caraibico, scenografia hollywoodiana e un irresistibile desiderio di evasione.
Sunny, la donna dietro l’impero
A questo punto della storia, Sunny Sund smette di essere un nome accanto a quello di Donn Beach e diventa una presenza centrale. Il locale ha bisogno di soldi, organizzazione, cucina, personale, gestione quotidiana. Ha bisogno di qualcuno che sappia trasformare un bar pieno di oggetti esotici, drink al rum e belle intuizioni in un ristorante capace di funzionare sera dopo sera.
Cora Irene Sund, detta Sunny, arriva da un mondo molto diverso da quello di Ernest Gantt. È nata nel Minnesota, ha lavorato come insegnante e poi come modella, e quando entra nella vita di Donn porta con sé un senso pratico che nel suo universo tropicale mancava. Donn ha fantasia, presenza scenica, capacità di raccontarsi e di incantare i clienti. Sunny guarda il locale da un’altra prospettiva: capisce che quell’atmosfera può diventare un’impresa, a patto di darle una struttura solida.
Il trasferimento al 1727 North McCadden Place passa anche da lei. Sunny contribuisce a raccogliere il denaro necessario, sostiene l’espansione e interviene proprio dove Don the Beachcomber ha bisogno di crescere: nella sala, nella cucina, nel servizio, nell’organizzazione. Il locale non può vivere soltanto di drink leggendari e penombra tropicale. Deve accogliere più persone, servire cibo, mantenere qualità, creare un’abitudine mondana. Sunny lavora perché chi entra non trovi solo una scenografia, ma una serata completa.
Il suo ruolo diventa ancora più evidente con la cucina. È lei a spingere perché Don the Beachcomber si distingua dai tanti ristoranti sino-americani dell’epoca e assuma uno chef cinese, dando ai piatti un’identità più curata. Il cibo cantonese, gli ingredienti importati, il personale capace di spiegare il menù, perfino gli oblò sulle porte della cucina raccontano una gestione attenta a ogni passaggio. Sunny sa che l’esotico deve affascinare, ma anche rassicurare. I clienti devono sentirsi lontani da casa, però abbastanza a loro agio da ordinare, mangiare, tornare e parlarne con gli amici.
Nel 1937 Donn e Sunny si sposano. Per qualche tempo la coppia e il locale sembrano procedere insieme: lui è il volto pubblico, il personaggio, l’uomo dei Mari del Sud; lei è la parte organizzativa, la donna che tiene in piedi il meccanismo e lo rende replicabile. La loro unione però dura poco. Il matrimonio si rompe, e nel 1940 arriva il divorzio. A quel punto la storia personale e quella commerciale prendono una piega decisiva.
Sunny mantiene il controllo delle attività sulla terraferma e continua a usare il nome Don the Beachcomber negli Stati Uniti continentali. Donn, invece, resta legato soprattutto alla propria identità di creatore e personaggio, ma perde la possibilità di aprire nuovi locali con quel nome sul mainland. È una svolta enorme: il paradiso tropicale nato dalla sua immaginazione continua a crescere, ma sempre più nelle mani di Sunny.
È facile ricordare Donn Beach come l’avventuriero che ha inventato un mondo di bambù, rum e temporali artificiali. È vero, ma quel mondo ha avuto bisogno di qualcuno che sapesse amministrarlo, proteggerlo, espanderlo e farlo rendere. Sunny Sund ha fatto esattamente questo. Senza di lei, Don the Beachcomber sarebbe forse rimasto un bar memorabile frequentato da attori e giornalisti. Con lei è diventato un marchio, una catena, un modello imitato in tutta l’America.
I clienti famosi
La vicinanza con i grandi Studios fa sì che Don the Beachcomber diventi presto uno di quei locali in cui, dopo il lavoro, si finisce per incontrare attori, registi, produttori e altri personaggi dello spettacolo. L’atmosfera tropicale, la penombra delle sale e la discrezione del personale fanno il resto: il locale è adatto tanto a un bicchiere della staffa quanto a una cena lontana dagli sguardi più invadenti.
Tra le testimonianze più belle c’è quella di Ava Gardner. Nelle sue conversazioni con Peter Evans, Ava ricorda il periodo tra l’estate e l’autunno del 1941, quando esce con Mickey Rooney e Don the Beachcomber diventa una delle tappe abituali delle loro serate. Spesso è l’ultima fermata prima di tornare all’appartamento di Wilcox Avenue, dove Ava vive con la sorella Bappie.
Nel suo ricordo, il locale è legato agli Zombie, che definisce tra i migliori della California, ma soprattutto a quel momento preciso della sua vita in cui tutto corre velocissimo: Hollywood, la MGM, Mickey Rooney, le uscite notturne, la proposta di matrimonio. Non è un dettaglio da poco, perché Ava e Mickey si sposano poi nel gennaio del 1942. Don the Beachcomber resta quindi attaccato a una delle storie più famose, e più turbolente, della giovane Ava Gardner: quella in cui una ragazza appena arrivata nel mondo del cinema si ritrova corteggiata da una delle star più popolari dello Studio.
Un altro episodio bellissimo riguarda William Travilla. Prima di diventare il costumista di Marilyn Monroe, prima dell’abito bianco di Quando la moglie è in vacanza e dei costumi dorati de Gli uomini preferiscono le bionde, Travilla è un ragazzo pieno di talento che dipinge quadri ispirati a Tahiti. Alcuni suoi lavori vengono esposti e venduti proprio da Don the Beachcomber, dentro quell’ambiente tropicale che sembra fatto apposta per accoglierli.
A notarli è Ann Sheridan. La storia, raccontata così, sembra quasi una scena scritta apposta: una star entra in un locale hollywoodiano pieno di bambù, rum e penombra, vede un quadro, resta colpita e chiede chi sia l’artista. Da quel contatto si apre per Travilla una porta importante. Prima arriva l’attenzione di Ann Sheridan, poi il lavoro nel cinema, poi una carriera che lo porterà a vestire alcune delle donne più fotografate del mondo. E pensare che uno dei primi passaggi di questa strada passa proprio da Don the Beachcomber rende il locale ancora più interessante: non solo un posto in cui le star vanno a bere, ma anche un luogo in cui qualcuno può essere visto al momento giusto.
A raccontare il locale dall’interno c’è poi Al Barry, ex giocatore di football della USC, che durante gli anni dell’università lavora da Don the Beachcomber come assistant host. Il suo turno va dalle cinque del pomeriggio alle undici di sera. Indossa una giacca sportiva fornita dal locale, accoglie i clienti, li accompagna ai tavoli e, prima dell’inizio del servizio, cena con il personale mangiando cucina cantonese.
Barry definisce Don the Beachcomber “The Place” per movie stars e celebrities. Tra i frequentatori abituali ricorda Frank Sinatra, Howard Hughes, Marilyn Monroe, Joe DiMaggio, Tyrone Power e Cornel Wilde. Racconta anche un particolare molto concreto: ogni tanto gli capita di riaccompagnare a casa qualche cliente che ha esagerato con i Mai Tai o con i Navy Grog. Non a caso, con certi cocktail, il locale mantiene la regola dei due bicchieri al massimo.
Tra le coppie affezionate a Don the Beachcomber ci sono anche Clark Gable e Carole Lombard. Vanno a cena lì più o meno una volta alla settimana: lui ordina Navy Grog, lei preferisce i Pearl Diver. Il gesto più romantico riguarda proprio il drink di Carole. Nel locale, ogni terzo Pearl Diver può arrivare con una vera perla dentro il bicchiere. Gable però non ha nessuna intenzione di affidarsi al caso e chiede che ogni Pearl Diver servito a Carole contenga una perla. Paga il supplemento senza farne una questione: vuole solo che, ogni volta, lei trovi quel piccolo tesoro bianco nel bicchiere. Carole Lombard è il grande amore di Gable, la donna che solo qualche anno più tardi un tragico incidente aereo gli avrebbe portato via.
Poi c'erano i Four Boys, i quattro bartender filippini che hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia dei cocktail tropicali. Dietro il bancone di Don the Beachcomber lavorano uomini capaci di preparare drink complessi, spesso coperti da ricette segrete, dosaggi misteriosi e miscele custodite con grande attenzione. Tra loro c’è Ray Buhen, destinato a diventare una figura importantissima della cultura tiki.
È Ray Buhen a servire cocktail a Marlon Brando da Don the Beachcomber. Il legame non si ferma lì: quando Buhen apre il Tiki-Ti su Sunset Boulevard, nel 1961, Brando continua a seguirlo e diventa uno dei frequentatori del nuovo locale. È uno di quei passaggi che mi piacciono moltissimo, perché fanno vedere come la storia del tiki non sia fatta solo di insegne famose, ma anche di persone che si spostano da un bancone all’altro portandosi dietro tecnica, memoria e clienti affezionati.
Nel settembre del 1946, il mondo di Donn Beach esce anche dalle sale del ristorante e finisce sulle pagine di Life. La rivista dedica un servizio alla festa di compleanno di Anita Colby, organizzata nella proprietà privata di Donn a Encino. Non è Don the Beachcomber, quindi non va confusa con il locale di McCadden Place, ma l’atmosfera è la stessa: un piccolo paradiso South Seas costruito in California, con piscina, banani, palme, ibischi, ananas e noci di cocco.

Gli invitati arrivano in sarong e parei, come se la festa fosse una specie di estensione privata del ristorante. Nelle fotografie compaiono Anita Colby con il marito Franchot Tone, Reginald Gardiner, Johnny Weissmuller, Bing Crosby e Rudy Vallée. È una scena perfetta per capire quanto Donn Beach sia ormai entrato nella mondanità hollywoodiana: non si limita più a servire un’illusione tropicale ai tavoli del suo locale, ma la porta anche a casa propria, tra amici, divi e fotografi di Life.
Qualche anno dopo, quella casa diventa anche il segno di un passaggio. Nel 1949 Donn mette in vendita la proprietà di Encino; ormai la sua vita si sposta sempre più verso le Hawaii. Il paradiso artificiale costruito a pochi chilometri dagli Studios comincia a lasciargli posto a un’altra versione del suo sogno: non più soltanto Hollywood che immagina i Mari del Sud, ma Donn Beach che prova a viverci davvero.
Dopo la guerra... Waikiki
La Seconda guerra mondiale cambia anche la vita di Donn Beach. Mentre Sunny Sund resta sulla terraferma a mandare avanti il business e a far crescere il marchio, lui entra in servizio. La sua guerra lo porta lontano da Hollywood: viene ferito dopo l’attacco di un sommergibile tedesco a una nave e, in seguito, viene impiegato nell’organizzazione dell’accoglienza e del tempo libero per gli aviatori americani tra Capri, il Lido di Venezia e la Costa Azzurra.
Anche in uniforme, in fondo, Donn continua a fare quello che sa fare meglio: organizzare ospitalità, creare atmosfera, trasformare un luogo di passaggio in un posto in cui qualcuno possa sentirsi, almeno per qualche ora, altrove. Non è più il bancone di McCadden Place, ma il principio resta lo stesso.
Quando torna dalla guerra, però, trova una situazione molto diversa da quella che ha lasciato. Sunny ha tenuto in piedi Don the Beachcomber, lo ha fatto crescere e lo ha trasformato in una vera impresa. Il matrimonio tra i due è già finito con il divorzio del 1940, e Donn non ha più il controllo diretto del nome Don the Beachcomber negli Stati Uniti continentali. È una svolta amara: il personaggio è nato da lui, il primo mondo di bambù e rum lo ha costruito lui, ma l’impero che porta quel nome procede ormai soprattutto nelle mani di Sunny.
A quel punto le Hawaii diventano il suo nuovo spazio. Non sono ancora uno Stato americano, e questo permette a Donn di muoversi fuori dai limiti imposti sul mainland. Si stabilisce a Waikiki e ricomincia da lì, in un luogo che per il pubblico americano non è più soltanto una fantasia da ristorante hollywoodiano, ma il vero ingresso nel Pacifico.

Negli anni hawaiani Donn non si limita ad aprire locali. Si inserisce nella vita turistica di Waikiki, presiede la Waikiki Association, promuove le isole, inventa occasioni, cerimonie, piccoli riti da offrire ai visitatori. Nel 1950, quando Clark Gable arriva alle Hawaii in luna di miele con la quarta moglie Sylvia Ashley, Donn trova subito il modo di trasformare la visita in una scena da cinegiornale: fa piantare alla coppia una palma da cocco, con le telecamere di Movietone News pronte a riprendere il momento.
La storia ha anche un seguito molto più divertente. Quando il matrimonio tra Gable e Sylvia Ashley è ormai finito, Gable torna alle Hawaii, beve un po’ e chiede dove sia quel dannato albero, perché vuole sradicarlo. Donn finge di non ricordare. Nel frattempo, l’idea della palma è già diventata una piccola trovata turistica: altre coppie in luna di miele piantano, o credono di piantare, la loro palma romantica nel regno di Donn Beach.
l progetto più famoso di questa fase è l’International Market Place di Waikiki, costruito intorno a un grande banyan tree. Donn vi raccoglie negozi, ristoranti, bar e spazi per l’intrattenimento, ma naturalmente non si accontenta di organizzare un mercato tropicale: deve metterci anche una trovata tutta sua. Tra i rami dell’albero fa costruire la Tree House, una casetta sospesa che sembra uscita direttamente dalla sua immaginazione. Un po’ ufficio, un po’ osservatorio privato sul movimento del mercato, un po’ attrazione per i visitatori.
La parte più deliziosa è che quella Tree House diventa anche una specie di ristorantino per due, pensato per le coppie che vogliono cenare tra i rami del banyan. Dopo le palme romantiche piantate dagli sposi in luna di miele, Donn si inventa anche il tavolo sull’albero. È sempre la stessa idea: trasformare Waikiki in un’esperienza da raccontare, non soltanto in un posto da visitare. Sembra quasi la versione adulta e hawaiana del sogno cominciato anni prima in una ex sartoria di Hollywood: non più un piccolo locale che imita i Mari del Sud, ma un intero spazio commerciale e turistico organizzato come un villaggio tropicale. Solo che adesso Donn non costruisce più il Pacifico a pochi passi dagli Studios. È davvero nel Pacifico, e continua comunque a comportarsi da scenografo.
Intanto la California comincia ad allontanarsi. Nel 1949, Donn mette in vendita la proprietà di Encino, quella casa trasformata in scenario South Seas che pochi anni prima era finita sulle pagine di Life. È un passaggio simbolico: il paradiso privato costruito vicino agli Studios ha fatto il suo tempo. Donn non sembra più voler tornare davvero a vivere fuori dalle isole.
Negli anni successivi il tiki esplode, si diffonde, viene copiato, ingigantito, semplificato. Da una parte resta la raffinatezza dei drink originali, delle ricette segrete, dei bartender filippini come Ray Buhen, che porteranno avanti quel sapere in altri locali. Dall’altra, col tempo, arrivano anche le imitazioni più rumorose, i cliché, il kitsch. Ma tutto parte da quel primo gesto: prendere il desiderio americano di fuga e dargli una forma precisa, con rum, bambù, penombra, cucina cantonese e una dose enorme di teatro.
Donn Beach muore a Honolulu il 7 giugno 1989, a 81 anni, a causa di un tumore al fegato.

Fino alla fine resta legato al personaggio che si è inventato da giovane: il beachcomber elegante, l’uomo delle isole, il padrone di casa capace di far sembrare ogni serata una partenza. Ernest Gantt ha creato Don the Beachcomber per aprire un locale, ma poi ha passato la vita a inseguire quel personaggio, fino quasi a confondersi con lui.
Il mondo che ha costruito, però, non finisce con lui. Continua nei locali aperti da chi ha lavorato dietro il suo bancone, nelle ricette recuperate dagli appassionati, nelle fotografie delle star con un bicchiere tropicale davanti, e in tutti quei ristoranti che hanno capito quanto Hollywood amasse cenare dentro una scenografia.
Tra questi ci sarà anche The Luau di Steve Crane, che qualche anno più tardi porterà il sogno tiki nel cuore elegante di Beverly Hills, con un tono diverso, più mondano, più anni Cinquanta, più vicino alla vita di Rodeo Drive. Ma questa, naturalmente, è un’altra storia.
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- lunedì, luglio 13, 2026
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