Non so perché, non so come, ma io questo film me l’ero perso. E la cosa, a pensarci, non ha molto senso. Adoro Assassinio sull’Orient Express e Assassinio allo specchio. Mi piace moltissimo anche Assassinio sul Nilo, anche se un filino meno (di tutti e tre vi ho parlato qui). Come abbia fatto a lasciare indietro proprio questo, quindi, non me lo spiego.
O meglio, forse una spiegazione ce l’ho. Avevo paura di uscire dalla mia comfort zone e che il film non fosse all’altezza degli altri. Col tempo le aspettative sono diventate sempre più alte e io ho continuato a rimandare. Così Delitto sotto il sole è rimasto lì, in attesa.
Qualche settimana fa mi sono finalmente decisa. Spoiler: no, non ha deluso le mie aspettative. È stato amore assoluto.
Il cast, i costumi e la musica mi hanno completamente rapita. Più il film andava avanti, più mi chiedevo come avessi potuto perdermelo per tutti questi anni. Peter Ustinov mi ha conquistata, e vedere Maggie Smith e Diana Rigg sfidarsi su You’re the Top ha fatto il resto. Poi c’è quel sole sfacciato che fa sembrare l’albergo di Daphne Castle il posto più bello in cui trascorrere una vacanza, nonostante il piccolo dettaglio dell’omicidio.
E naturalmente, dopo averlo visto, mi è venuta voglia di capire tutto: come fosse nato il progetto, perché il Devon di Agatha Christie fosse diventato il Mediterraneo, chi avesse riunito quel cast e per quale motivo, invece di comporre musiche nuove, si fosse scelto di affidarsi completamente alle canzoni più iconiche di Cole Porter.
Perché dietro Delitto sotto il sole c’è una storia cominciata quando Agatha Christie era ancora viva, interrotta per anni e ripresa in un momento molto delicato per il cinema britannico. Quando il film arriva nelle sale, nel 1982, il grande giallo all-star ha già conosciuto il suo trionfo e anche i primi segnali di stanchezza.
In questo precisissimo momento lo trovate noleggiabile su YouTube al prezzo di un cappuccino. Credetemi, ne vale assolutamente la pena.
Il titolo originale è Evil Under the Sun: un film britannico del 1982 diretto da Guy Hamilton, con Peter Ustinov nei panni di Hercule Poirot, Maggie Smith e Jane Birkin.
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| Alcune scene del film |
All’inizio degli anni Settanta il rapporto fra Agatha Christie e il cinema si è ormai raffreddato. I film con Margaret Rutherford hanno divertito il pubblico prendendosi parecchie libertà, e la sua Miss Marple energica e molto fisica è lontana dalla signora sottile dei romanzi. Christie vuole bene a Rutherford come attrice; sulla fedeltà degli adattamenti è assai meno indulgente e ormai può permettersi di dire di no.
A riaprire quella porta è John Brabourne, produttore britannico e genero di Lord Mountbatten, che favorisce il contatto con la scrittrice. Brabourne si presenta insieme a Richard Goodwin con due produzioni da lei apprezzate, Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli e The Tales of Beatrix Potter. Il progetto che le propongono è Assassinio sull’Orient Express. Quando il film esce nel 1974, Sidney Lumet affida Poirot ad Albert Finney e riunisce nello stesso treno alcuni dei nomi più importanti del cinema internazionale. Il pubblico risponde con entusiasmo: arrivano sei candidature agli Oscar e Ingrid Bergman vince come attrice non protagonista. Christie partecipa alla prima londinese, la sua ultima apparizione pubblica, e incontra la regina Elisabetta II. Approva quasi tutto; sul baffo di Finney conserva qualche riserva.
Alle spalle del ciclo c’è la EMI Films, divisione cinematografica della Electric and Musical Industries, il grande gruppo britannico conosciuto soprattutto per la musica e le sue etichette discografiche. Entrata con decisione nel cinema alla fine degli anni Sessanta, è ormai una delle società più importanti dell’industria nazionale. A guidarne la produzione c’è Nat Cohen.
Il successo dell’Orient Express mostra che Christie può tornare al cinema come grande spettacolo d’epoca all-star. Anche conoscendo la soluzione, il pubblico vuole vedere quelle star sedute allo stesso tavolo mentre mentono a Poirot.
Agatha Christie muore nel gennaio 1976 e il ciclo prosegue senza di lei. Nel 1978 Brabourne e Goodwin portano il pubblico in Egitto con Assassinio sul Nilo. Albert Finney non vuole ripetere il pesante trucco da Poirot sotto il caldo egiziano e al suo posto arriva Peter Ustinov, più morbido e divertito. Il film si gira davvero in Egitto e Anthony Powell vince l’Oscar per i costumi. Gli incassi sono inferiori a quelli dell’Orient Express, ma il pubblico accetta il nuovo Poirot.
Nel 1980 i produttori cambiano detective. Assassinio allo specchio affida Miss Marple ad Angela Lansbury e ricostruisce un villaggio inglese invaso da una troupe di Hollywood, con Elizabeth Taylor e Kim Novak che si scambiano battute velenose sotto la direzione di Guy Hamilton. Il risultato americano delude. Lansbury aveva firmato pensando a tre film, ma non tornerà nel ruolo; Nat Cohen arriva a definire un errore il passaggio da Poirot a Miss Marple.
Nel 1981 il giallo all-star è già passato dalla sorpresa alla formula. I compensi sono aumentati e l’industria cinematografica britannica attraversa una fase fragile. Il fascino delle grandi star in abiti anni Trenta rimane, ma non garantisce più il successo del 1974. Per rilanciarlo, la EMI recupera un titolo annunciato sei anni prima e mai realizzato.
L'origine della storia
Burgh Island si trova poco al largo di Bigbury-on-Sea, sulla costa del Devon. Con la bassa marea si raggiunge a piedi; quando l’acqua risale, la strada scompare e l’isola torna a separarsi dalla costa. Negli anni Trenta il suo albergo Art Déco attira attori e personaggi dell’alta società. Noel Coward è fra gli ospiti, e Agatha Christie vi soggiorna più volte.
Il movimento della marea crea un isolamento temporaneo e le calette permettono ai villeggianti di sparire alla vista senza lasciare davvero l’isola. Christie aveva già usato quel paesaggio come ispirazione per Dieci piccoli indiani. In Evil Under the Sun lo trasforma nella Smugglers’ Island e sistema Hercule Poirot al Jolly Roger Hotel, ufficialmente per una vacanza.
L’idea del delitto in un luogo di villeggiatura aveva già avuto una prima forma. Nel 1936 Christie pubblica Triangle at Rhodes, un racconto in cui Poirot osserva due coppie e una relazione che sembra procedere verso una conclusione inevitabile. Qualche anno dopo riprende quel nucleo, cambia le relazioni fra i personaggi e gli costruisce intorno un romanzo molto più ampio. È uno dei modi in cui lavora: un meccanismo efficace può tornare, purché il lettore venga invitato a guardarlo da un’altra angolazione.
Negli Stati Uniti la storia appare a puntate su Collier’s Weekly fra il dicembre 1940 e il febbraio 1941, illustrata da Mario Cooper. L’edizione britannica arriva nel giugno 1941 e quella americana in ottobre. Il titolo viene dall’Ecclesiaste. In Italia il romanzo sarà conosciuto come Corpi al sole, mentre il film recupererà una traduzione più diretta.
Nel luglio 1975, mentre l’eco dell’Orient Express è ancora fortissima, la EMI annuncia sei film per un investimento complessivo di sei milioni di sterline. Fra i titoli c’è già Evil Under the Sun, prodotto da John Brabourne e Richard Goodwin con Paul Dehn, sceneggiatore dell’Orient Express, indicato per l’adattamento. Agatha Christie è ancora viva: la notizia precede di sei mesi la sua morte e il progetto non nasce da una nuova concessione degli eredi.
Il film, però, si ferma quasi subito. Paul Dehn muore nel settembre 1976 e la EMI riorganizza più volte i propri programmi. Nel maggio 1977 Brabourne e Goodwin annunciano due nuovi Christie, Death on the Nile ed Evil Under the Sun. Parte per primo il Nilo, più ampio e costoso. Dopo la sua uscita i produttori si dedicano ad Assassinio allo specchio, e l’isola di Poirot deve aspettare ancora.
Soltanto nel marzo 1981 Barry Spikings, allora alla guida della EMI Films, conferma che il progetto entrerà finalmente in produzione. Si parla di un budget vicino ai dieci milioni di dollari, molto superiore alle dimensioni del piano annunciato nel 1975. Sono trascorsi quasi sei anni, Paul Dehn è scomparso e Peter Ustinov è diventato il nuovo Poirot.
Resta da scegliere il regista. La decisione ricade sull’uomo che ha già diretto Assassinio allo specchio e porta con sé l’eleganza e il mistero di James Bond.
Il progetto prende forma
Quell’uomo è Guy Hamilton. Prima della regia lavora come assistente di Carol Reed e sul set de Il terzo uomo segue l’unità impegnata di notte nelle strade di Vienna.
Nel 1964 dirige Goldfinger e contribuisce a fissare l’immagine cinematografica di James Bond; tornerà alla serie altre tre volte, fra cui Una cascata di diamanti. E qui lo dico subito: sono i miei due Bond preferiti in assoluto.
Hamilton avverte i produttori di non essere un lettore appassionato di Christie e di trovare i romanzi troppo ingessati. Proprio quella distanza, gli rispondono, può essergli utile. Nel film di Miss Marple si è interessato alle rivalità e ha lasciato agli attori il lato comico delle battute.
A firmare la sceneggiatura saranno due diversi autori, anche se solo uno verrà accreditato: Anthony Shaffer, gemello del drammaturgo Peter.
Si è imposto a teatro con Sleuth, poi diventato un film con Laurence Olivier e Michael Caine, e ha scritto Frenzy per Hitchcock e The Wicker Man. Con Christie ha già lavorato dietro le quinte dell’Orient Express e firmato Assassinio sul Nilo: sa ridurre i sospettati senza indebolire l’enigma.
Non compare nei titoli di testa ma ha dato un contributo notevole anche Barry Sandler, già autore di Assassinio allo specchio. I produttori lo contattano e Hamilton lo coinvolge perché cercano uno scrittore americano capace di portare nei dialoghi una sfumatura più irriverente. Sandler trascorre due mesi in Inghilterra studiando soprattutto le commedie musicali britanniche degli anni Trenta. Il passaggio da Miss Marple a Poirot cambia il modo di costruire le scene. Miss Marple, osserva Sandler, possiede un istinto formidabile ma nessuna posizione ufficiale e nel film precedente deve appoggiarsi al nipote, l’ispettore Craddock. Poirot arriva come detective: interroga direttamente i sospettati e controlla la conversazione, senza che Ustinov appesantisca gli incontri.
La scrittura conosce anche momenti meno composti. Il produttore Richard Goodwin ricorda una riunione prima delle riprese durante la quale Hamilton e Shaffer litigano. Il regista esce sbattendo la porta, si chiude in bagno e prende a calci il water con tale energia da rompersi un piede.
Il copione riduce gli ospiti dell’albergo. Il maggiore Barry e il reverendo Stephen Lane scompaiono; Emily Brewster diventa Rex Brewster, scrittore mondano impegnato nella biografia di Arlena. Rosamund Darnley e Mrs Castle confluiscono in Daphne Castle, offrendo a Maggie Smith un personaggio più presente e una storia comune con Arlena e Kenneth Marshall.
Anche l’inizio viene riscritto. Nel romanzo Poirot sceglie il Jolly Roger Hotel per riposarsi; nel film la vicenda si apre con un cadavere nella brughiera e un diamante falso. La pietra appartiene a Sir Horace Blatt e dà a Poirot un motivo professionale per raggiungere Arlena, anche se lui continua a definirsi in vacanza con una convinzione che Ustinov rende particolarmente divertente.
La Smugglers’ Island del Devon diventa un’isola dell’Adriatico nel regno di Tyrania. Il vecchio palazzo estivo del sovrano, regalato a Daphne “per servizi resi”, ospita un albergo che sembra avere già accumulato decenni di storie. Il Mediterraneo apre l’immagine; l’indagine resta legata agli orari e alle distanze fra le baie.
Shaffer conserva il cuore dell’alibi e rende i rapporti più teatrali. Arlena è una diva di Broadway, i Gardener hanno bisogno di lei per uno spettacolo e Rex vuole pubblicarne la biografia. Le battute entrano nel meccanismo: una conversazione può far ridere e poi rivelare chi sapeva cosa.
Hamilton trova il tono lasciando spazio agli interpreti. Poirot affronta il bagno in mare come una questione di dignità nazionale, mentre gli orari dell’omicidio e la posizione di ogni personaggio rimangono leggibili. In un giallo di Christie, anche una risata deve sapere dove si trovava alle undici e quarantacinque.
Un ensemble perfetto
Il cast è una delle cose che mi ha conquistata immediatamente, perché qui non esistono presenze decorative. Brabourne e Goodwin seguono il principio dell’Orient Express: ogni sospettato deve arrivare sullo schermo con una storia riconoscibile. Alcuni interpreti provengono dai precedenti Christie, molti dal teatro britannico.
Non possiamo non partire da lui: Peter Ustinov.
Quando viene scelto per Assassinio sul Nilo, Hollywood lo conosce come Nerone in Quo Vadis?; Spartacus e Topkapi gli hanno già portato due Oscar da non protagonista. In Billy Budd dirige, adatta Melville e interpreta il capitano Vere. Ereditando Poirot da Albert Finney sceglie un detective più rilassato, divertito dalle debolezze umane e sicurissimo del proprio cervello.
Alla seconda interpretazione sa quanto rallentare una frase per ottenere l’effetto comico. Poirot gli permette di concedersi la vanità che nella vita quotidiana bisognerebbe nascondere. Con l’educazione inglese, scherza, si impara a perdere e nessuno insegna a vincere. Il detective assapora invece ogni vittoria e affronta perfino una scaletta sul mare come se fosse stata progettata per offenderlo.
Per Arlena Marshall serve un’attrice capace di entrare in un albergo pieno di star e comportarsi come se le altre fossero comparse. Diana Rigg possiede quella sicurezza.
Nata a Doncaster nel 1938, studia alla Royal Academy of Dramatic Art e nel 1959 entra nella Royal Shakespeare Company; la televisione la rende famosa quando ha già una solida reputazione teatrale. Nella serie britannica The Avengers, trasmessa in Italia come Agente speciale, interpreta Emma Peel, la partner di John Steed: un’investigatrice esperta di arti marziali che affronta le avventure più assurde senza perdere l’ironia. Dopo tre stagioni lascia un personaggio ormai diventato un’icona; nel 1969 è Tracy, l’unica donna che James Bond sposa, in Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà. Negli anni Settanta alterna cinema e palcoscenico. Arlena raccoglie ciò che il pubblico associa a Rigg, dall’eleganza alla voce tagliente, e cerca una platea anche a colazione.
Dall’altra parte della terrazza c’è Maggie Smith.
Comincia all’Oxford Playhouse e nel 1963 entra nel National Theatre appena fondato da Laurence Olivier. Dopo la candidatura all’Oscar per Otello, vince nel 1970 grazie alla professoressa anticonformista di La strana voglia di Jean; California Suite le porta il secondo Oscar, da non protagonista.
Nel 1981 James Ivory la dirige in Quartet e molti anni dopo la definirà «la donna più spiritosa che abbia mai conosciuto». Brabourne e Goodwin l’hanno già voluta in Assassinio sul Nilo, accanto a Bette Davis. Qui le affidano Daphne Castle, il personaggio più importante creato da Shaffer: un’ex attrice che conosce Arlena abbastanza bene da non lasciarsi incantare. Smith non alza la voce; le basta aspettare mezzo secondo prima di rispondere.
James Mason arriva con una delle carriere più lunghe del gruppo.
Nato a Huddersfield nel 1909, studia architettura a Cambridge e si avvicina al teatro quasi per caso; negli anni Quaranta è già fra i divi più popolari del cinema britannico. Fuggiasco (Odd Man Out) di Carol Reed gli apre la strada a Hollywood, dove seguono È nata una stella, Intrigo internazionale e Lolita. Negli anni Settanta partecipa anche al giallo corale The Last of Sheila.
La sua voce inconfondibile funziona benissimo con uomini che sembrano nascondere qualcosa anche quando dicono la verità. Per Odell Gardener Mason si ispira in parte a Jack L. Warner, il grande capo della Warner Bros. Il suo produttore di Broadway ha bisogno di Arlena e possiede la pazienza di chi ha già trascorso molte ore fuori da camerini chiusi.
Myra Gardener è Sylvia Miles. Newyorkese e allieva dell’Actors Studio, appare per pochi minuti in Un uomo da marciapiede, sufficienti a portarla agli Oscar come attrice non protagonista.
Una seconda candidatura arriva nel 1976 con Marlowe, il poliziotto privato. Si ispira alla produttrice teatrale Terry Allen Kramer, mai incontrata ma perfettamente riconoscibile come tipo umano, e ne ricava una donna che parla come se ogni conversazione dovesse concludersi con una firma. Accanto alla calma di Mason, le sue accelerazioni diventano ancora più divertenti.
Jane Birkin è già stata Louise Bourget in Assassinio sul Nilo.
Figlia dell’attrice Judy Campbell, appare giovanissima in Blow-Up di Michelangelo Antonioni; nel 1968 gira Slogan e si trasferisce in Francia. L’incontro con Serge Gainsbourg e Je t’aime… moi non plus la trasformano in un simbolo degli anni Settanta, mentre continua a recitare da La piscina ai film di Jacques Doillon. Birkin può apparire vulnerabile senza rendere Christine Redfern inconsistente, e la sua timidezza induce gli ospiti a sottovalutarla.
Ora parliamo di altri due giovanotti.
Nicholas Clay, scelto per Patrick Redfern, ha studiato alla RADA e lavorato con l’Old Vic e il National Theatre. Nel 1981 è Lancillotto in Excalibur di John Boorman e Mellors in L’amante di Lady Chatterley, ruoli che gli consegnano l’immagine del protagonista romantico. Hamilton cercava un uomo che ricordasse Stewart Granger o Michael Rennie; Clay ha la presenza giusta per un Patrick che flirta senza discrezione e si trova a suo agio nello spettacolo creato da Arlena.
Rex Brewster viene affidato a Roddy McDowall, davanti alla macchina da presa fin dall’infanzia. Nel 1941 John Ford lo sceglie per Com’era verde la mia valle e Torna a casa, Lassie! lo rende uno dei bambini più conosciuti di Hollywood. Da adulto vince un Tony, gira Cleopatra ed è Cornelius nel Pianeta delle scimmie. Rex ha già speso l’anticipo per una biografia di Arlena e McDowall gli presta una curiosità instancabile: mentre gli altri prendono il sole, lui raccoglie materiale.
Veniamo agli ultimi due uomini del cast.
Denis Quilley interpreta Kenneth Marshall. Ha alle spalle più di trent’anni di teatro fra l’Old Vic e la compagnia di Laurence Olivier al National Theatre. Il pubblico di Christie lo ha già incontrato sull’Orient Express nei panni di Antonio Foscarelli; nel 1980 è Sweeney Todd nella prima produzione londinese del musical di Stephen Sondheim. Per Kenneth usa il controllo: Arlena lo provoca davanti agli altri e lui cerca di non offrirle lo spettacolo di una reazione, preoccupandosi soprattutto di Linda.
Sir Horace Blatt ha il volto di Colin Blakely. Nato nell’Irlanda del Nord, Blakely passa dai teatri regionali alla Royal Shakespeare Company e nel 1963 entra nella compagnia inaugurale del National Theatre. È il dottor Watson in Vita privata di Sherlock Holmes e Cyrus Hardman nell’Orient Express (per me sarà sempre il droghiere signor Hobbs ne Il piccolo lord); Equus gli porta una candidatura ai BAFTA. Blakely dà al vecchio amante di Arlena una vitalità brusca. Sir Horace possiede il diamante che mette in moto l’indagine e davanti a Poirot alterna impazienza e rispetto; Ustinov gli risponde con la cortesia riservata agli uomini che potrebbero diventare utili se smettessero di interrompere.
Ultima ma non per importanza... Linda Marshall affidata alla quattordicenne Emily Hone, presentata nei titoli con la formula “Introducing Emily Hone”.
La famiglia incoraggia la recitazione, le fa prendere lezioni e la iscrive a un’agenzia. Dopo il provino arriva la convocazione a Londra per incontrare Guy Hamilton e il ruolo diventa suo. Le chiedono se sappia nuotare. Hone non sa farlo affatto, ma risponde di essere capace di percorrere addirittura qualche miglio. Appena viene scelta corre a prendere lezioni. Quella piccola bugia tornerà a presentarle il conto già nella sua prima giornata sul set.
Le riprese iniziano il 4 maggio 1981 e durano circa sei settimane: Emily Hone ne ricorda quattro a Maiorca e due ai Lee International Studios di Wembley. Christopher Challis, direttore della fotografia cresciuto accanto a Powell e Pressburger, deve dare continuità a luoghi distanti parecchi chilometri. Una scena può iniziare davanti alla facciata dell’albergo a Maiorca e proseguire, appena varcata la porta, negli studi di Wembley.
Hone, unica ragazzina in un cast di adulti, deve ritrovare lo stesso gesto e lo stesso tono a settimane di distanza. Ricorda una troupe particolarmente gentile e un regista che osserva gli attori, lasciandoli lavorare senza riempirli di istruzioni o prove. La sua prima scena è quella sugli scogli con il costume da bagno. Anthony Powell le ha assegnato un modello vintage di lana, bellissimo e assai delicato. Hone si gira, scivola e finisce in acqua. Mortificata all’idea di aver creato un problema, viene subito portata a cambiarsi perché il costume possa asciugarsi senza rovinarsi. Le lezioni di nuoto prese in tutta fretta si rivelano provvidenziali.
Per i titoli di testa la produzione chiama Hugh Casson, architetto e illustratore, nonché presidente della Royal Academy.
Un altro particolare dura pochi secondi. Nel registro del Palace Hotel compaiono Cole Porter, Ivor Novello, Charlie Chaplin e gli Astaire. Forse non facciamo nemmeno in tempo a leggerli, ma quei nomi danno un passato all’albergo: quello di Daphne è stato, almeno nella finzione, un indirizzo conosciuto dal mondo dello spettacolo.
Anthony Powell conosce già molto bene Poirot. Ha creato i costumi di Assassinio sul Nilo e proprio quel film gli ha portato il secondo Oscar. Quando Guy Hamilton lo richiama per Delitto sotto il sole, ha appena ricevuto la terza statuetta per Tess. La sua storia, però, è cominciata a teatro. Dopo gli studi alla Central School of Art and Design di Londra, nel 1963 disegna scene e costumi di The School for Scandal, diretto da John Gielgud. A Broadway vince il Tony per i costumi e riceve una candidatura per le scenografie. Nel 1972 il cinema gli porta il primo Oscar con In viaggio con la zia di George Cukor.
Il suo lavoro comincia dal copione. Powell lo legge con una matita in mano e, appena un personaggio o una battuta gli suggeriscono un’immagine, gira la pagina e la disegna sul retro ancora bianco. Per Delitto sotto il sole deve vestire persone abituate a considerare la vacanza una continua occasione mondana. Gli ospiti del Palace Hotel appartengono al jet set e cambiano abito quasi a ogni apparizione. Powell immagina le scene come quadri: gli attori sono spesso riuniti nella stessa inquadratura e i costumi devono dialogare fra loro.
Arlena continua a essere una diva anche quando non ha davanti il pubblico di Broadway. Al suo arrivo indossa una giacca bianca e nera dal motivo quasi zebrato: le spalle costruite e il cappello inclinato trasformano l’ingresso nell’albergo in un’entrata in scena. La sera la silhouette diventa lunga e aderente. L’abito d’argento raccoglie la luce del salone; quello rosso corallo indossato durante You’re the Top rende ancora più evidente il duello con Daphne.
Sulla spiaggia Powell conserva lo stesso gusto per lo spettacolo. Ai costumi da bagno abbina turbanti, cappelli dalla tesa enorme e bracciali rigidi portati lungo entrambe le braccia. Il rosso, il bianco e il nero ritornano in combinazioni diverse; perfino il pagliaccetto dalla fantasia multicolore ha il turbante coordinato. Arlena sembra essersi preparata per essere osservata anche mentre prende il sole.
Daphne conosce altrettanto bene il valore di un’apparizione. Il suo guardaroba parte spesso dal bianco, ravvivato dal rosso o da piccoli motivi colorati, e preferisce giacche sagomate, pantaloni ampi e completi da giorno ai quali grandi fiori e gioielli vistosi tolgono ogni severità. Sono abiti adatti alla padrona di casa, sempre impegnata a ricevere qualcuno, ma conservano il piacere del costume di una donna che ha vissuto sul palcoscenico.

In un’intervista Powell indica come proprio outfit preferito del film quello indossato da Maggie Smith alla prima cena. Parte da un campione di tessuto decorato con piccoli ovali e decide di ricoprirli uno per uno di cristalli colorati. Alla giacca abbina pantaloni morbidi, quasi da pigiama, le cui righe riprendono gli stessi colori. Nel bozzetto conserva persino il campione dal quale è nata l’idea. Quando Daphne compare con il vassoio fra le mani, il tessuto è quasi scomparso sotto le pietre e ogni suo movimento accende un colore diverso.
Myra Gardener porta il gusto per lo spettacolo in un’altra direzione. I suoi cappelli hanno tese tanto ampie da diventare una piccola architettura intorno al viso; le giacche sottolineano le spalle e i contrasti fra bianco, nero e viola proseguono nei guanti e nei gioielli. Anche seduta, Myra riesce a occupare una parte considerevole dell’inquadratura. Per la sera Powell le assegna prima un abito di paillettes nere attraversato da un grande motivo bianco, poi un vestito nero coperto da elementi rossi e dorati. Il guardaroba le dà la presenza di una produttrice abituata a farsi ascoltare prima ancora di cominciare a parlare.
Anche Peter Ustinov partecipa al lavoro e disegna personalmente il costume da bagno di Poirot. Appena il detective lo indossa e si avvicina con grande cautela alla scaletta sul mare, un bagno diventa una cerimonia studiata per proteggere la sua dignità.
Powell cura persino biancheria e accessori, tutti coerenti con gli anni Trenta. Ricorderà con orrore l’unica eccezione. Affida al guardarobiere di James Mason un paio di bretelle originali, ma Hamilton decide all’improvviso di far recitare l’attore in maniche di camicia e nell’inquadratura compaiono moderne bretelle a clip. Quasi nessuno le nota; Powell, ogni volta che rivede il film, riesce a guardare soltanto quelle.
Attenzione, allerta spoiler: se non avete ancora visto il film, quest’ultimo abito di Christine potrebbe anticiparvi troppo. Saltate il prossimo paragrafo e riprendete direttamente dalle location.
Nell’ultima apparizione Christine indossa un completo bianco e nero completamente diverso dagli abiti discreti scelti durante il soggiorno. La giacca ha spalle scolpite e revers neri, portati con pantaloni scuri, guanti lunghi e un cappello bianco dalla tesa smisurata, sottolineata da un bordo nero. Anche il bozzetto insiste sulla nettezza della silhouette. Christine occupa finalmente lo spazio con la stessa sicurezza delle altre donne dell’albergo e, una volta arrivati alla fine, quel cambiamento invita a ripensare a come l’abbiamo guardata fino a quel momento.
Location
Prima di arrivare a Maiorca, Richard Goodwin percorre il Mediterraneo alla ricerca del luogo giusto. La produzione vuole ritrovare il glamour di Assassinio sul Nilo, ma le spiagge più belle sono ormai occupate dagli alberghi. Guy Hamilton vive da anni sull’isola e conosce ancora calette lontane dai grandi centri turistici: è lui a mostrare a Goodwin dove cercare.
Se provate a trovare il Palace Hotel di Daphne Castle, state inseguendo un edificio che non è mai esistito tutto intero. Hamilton e il montatore Richard Marden lo costruiscono unendo luoghi diversi con raccordi tanto precisi da farli sembrare parte della stessa isola.
La prima immagine dall’alto è Sa Dragonera, al largo della costa occidentale di Maiorca, che offre la sagoma dell’isola di Daphne.
Poirot parte invece in motoscafo da Cala de Deià, parecchio più a nord: il montaggio avvicina i due punti e crea il viaggio verso Tyrania.
Il cuore dell’albergo si trovava a Caló d’en Monjo, vicino a Peguera, dove una villa sulla baia fornisce le terrazze e l’accesso al mare. L’edificio verrà demolito dopo la protezione dell’area; la cala conserva ancora la forma vista nel film, ma il palazzo non c’è più.
Per i giardini e la grande scalinata Hamilton si sposta a Raixa, tenuta storica nei pressi di Bunyola. Nel film la scalinata neoclassica sembra salire direttamente dalla terrazza sul mare. Oggi Raixa è una proprietà pubblica dedicata alla Serra de Tramuntana e il sito turistico delle Baleari ricorda il passaggio della troupe.
Ladder Bay viene ricavata a Cala Blanca, mentre Gull Cove è Cala en Feliu, nella penisola di Formentor. La prima appare aperta e accessibile dal mare, la seconda è raccolta fra le rocce. Hamilton ha bisogno che rimangano distinte nella memoria: quando Poirot ricostruisce gli spostamenti, quei profili aiutano lo spettatore a seguirlo senza una cartina.
Per la barca di Sir Horace si gira al largo di Sant Elm, trasformato nella Costa Azzurra. Gli interni vengono completati a Wembley, dove lo scenografo Elliot Scott collega il bianco mediterraneo degli esterni a saloni che devono sembrare abitati da anni.
Il prologo appartiene a un paesaggio completamente diverso. Il corpo nella brughiera viene ripreso negli Yorkshire Dales e, a Muker, l’ex Literary Institute diventa la stazione di polizia in cui cominciano gli accertamenti sul diamante. Quel cielo inglese dura poco; subito dopo, il film apre le finestre sul Mediterraneo. A Wembley vengono costruite anche le stanze in cui Poirot interroga gli ospiti.
Colonna sonora
La musica è l’altra cosa che mi ha rapita fin dai primi minuti. Hamilton e i produttori affidano le canzoni di Cole Porter a John Lanchbery. Nato a Londra nel 1923 e legato al balletto, lavora con il Metropolitan Ballet e il Sadler’s Wells prima di diventare direttore musicale del Royal Ballet. Sa adattare una partitura al movimento e conosce i tempi della scena; con Brabourne ha già collaborato a The Tales of Beatrix Potter.
Questa volta non gli chiedono un tema originale: il mondo del film deve avere il suono di Cole Porter. Lanchbery esamina le canzoni composte fino al 1938, ne trascrive circa cento e finisce per utilizzarne ventiquattro. Night and Day, I’ve Got You Under My Skin e altri motivi tornano in arrangiamenti diversi, legando i personaggi e i passaggi da una baia all’altra.
Lanchbery spezza le melodie e le fa riapparire quando servono al montaggio. Il medley di circa sette minuti Porter Meets Poirot rende esplicito il gioco e dà al film una voce riconoscibile fin dai titoli.
You’re the Top riceve il momento più evidente grazie a Diana Rigg e Maggie Smith. Porter l’aveva costruita come un catalogo di complimenti sempre più esagerati; Arlena e Daphne riescono a trasformarla in una discussione educata soltanto in apparenza. Il numero racconta il loro passato e rimane perfettamente dentro la scena, perché entrambe sono state attrici.
Come vi raccontavo poco tempo fa nell’articolo dedicato al Waldorf Astoria e ai suoi abitanti, Cole Porter visse per quasi trent’anni nelle Towers dell’albergo. Il verso esatto è «You’re the top! You’re a Waldorf salad»: Porter sceglie quindi la celebre insalata nata nelle cucine del Waldorf per rendere ancora più prezioso uno dei suoi complimenti.
Naturalmente ho cercato anche il disco del film. Nel 1982 la RCA ne pubblica uno splendido, illustrato con gli acquerelli di Hugh Casson. La copertina lascia pensare di aver trovato la colonna sonora, ma all’interno ci sono nuovi arrangiamenti big band delle canzoni di Porter. Per ascoltare la musica registrata da Lanchbery e ritrovare Porter Meets Poirot bisogna aspettare il CD uscito nel 1999. Da quando l’ho scoperto, trovare quel CD è diventato per me una piccola missione.
Il viaggio di Delitto sotto il sole verso il pubblico comincia dall’altra parte del mondo. Il 10 febbraio 1982 viene presentato a Sydney e l’Australian Women’s Weekly, che in quei giorni pubblica a puntate la storia di Christie, lo annuncia come prima mondiale. Tyrania incontra così i suoi primi spettatori sotto il sole dell’estate australiana.
La serata promozionale più importante arriva a Londra il 22 marzo, quando Delitto sotto il sole viene scelto per la Royal Film Performance all’Odeon Leicester Square, alla presenza della regina Elisabetta II e del principe Filippo. Otto anni prima Christie aveva partecipato alla prima dell’Orient Express e incontrato la regina; ora un altro suo mistero riceve un ingresso da grande occasione.
Negli Stati Uniti il film esce il 5 marzo e le recensioni guardano soprattutto al tono di Hamilton. Roger Ebert lo considera il migliore fra i recenti adattamenti di Christie e trova irresistibile Ustinov; Vincent Canby sul New York Times ne apprezza la piacevolezza. David Ansen su Newsweek rimane più conquistato da Maiorca che dal mistero, mentre Jack Matthews rimprovera agli attori di sottolineare troppo le battute. Il piacere che io ho provato nel vederli giocare insieme diventa, per qualcuno, il limite del film.
Il botteghino è meno luminoso. In Nord America Delitto sotto il sole incassa 6,11 milioni di dollari, a fronte di un budget vicino ai dieci. Manca un totale internazionale completo e non sappiamo quanto abbia guadagnato o perso nel mondo; il dato americano mostra comunque che non ripete il successo dei Poirot precedenti.
Nat Cohen attribuisce il risultato all’aumento dei compensi e alla mancanza di nomi considerati irresistibili al botteghino. Leggerlo pensando a Ustinov, Mason, Smith e Rigg fa un certo effetto. Anthony Shaffer ricorderà che all’inizio il film non aveva fatto gli affari di Assassinio sul Nilo, ma stava recuperando. Resterà il suo adattamento di Christie preferito.
Durante la promozione Richard Goodwin parla di una pausa prima di un altro Christie. Quel film non arriverà e Delitto sotto il sole rimane il quarto e ultimo capitolo del ciclo realizzato con John Brabourne.
Peter Ustinov torna a vestire i panni di Poirot. Nel 1985 gira per la televisione Tredici a tavola, dove David Suchet interpreta l’ispettore Japp quattro anni prima di diventare il Poirot televisivo per eccellenza. Nel 1986 seguono Caccia al delitto e Delitto in tre atti; l’ultima apparizione cinematografica di Ustinov arriva nel 1988 con Appuntamento con la morte.
Nel 1983 la sceneggiatura di Shaffer riceve una candidatura agli Edgar Allan Poe Awards come miglior film; il premio va a Quel lungo venerdì santo.
Mi ero tenuta lontana per paura che il film non fosse all’altezza dei suoi fratelli maggiori. Ai titoli di coda, di quella paura non restava nulla. Volevo già rivederlo e riascoltare Cole Porter. Dopo tanti anni passati a rimandare, Tyrania era diventata uno di quei luoghi cinematografici in cui so che tornerò.
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- lunedì, luglio 27, 2026
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