William Haines è stato il divo che Hollywood ha smesso di proiettare sullo schermo, ma ha continuato a invitare nei propri salotti. Negli anni Venti era una delle star più amate della MGM: bello, insolente, rapidissimo nella battuta, numero uno al botteghino americano nel 1930. Poi la sua carriera d’attore si è spezzata perché Billy, apertamente gay in un’epoca in cui Hollywood preferiva trasformare ogni verità scomoda in una storia più conveniente, non ha voluto cancellare Jimmie Shields, il compagno con cui avrebbe condiviso quasi mezzo secolo di vita. Joan Crawford, che li conosceva da vicino, li avrebbe definiti “la coppia sposata più felice di Hollywood”.
Ma la parte che mi ha davvero spiazzata è ciò che è accaduto dopo. Haines non è sparito. Ha cambiato scena. È uscito dallo schermo ed è entrato nelle case delle star, trasformandosi in uno dei decoratori più ricercati di Hollywood. Ha eliminato le bambole e i quadri di ballerine su velluto nero dalla casa di Joan Crawford, ha arredato gli interni di Jack Warner, ha frequentato Nancy e Ronald Reagan, ha lavorato per Walter e Leonore Annenberg fino a Winfield House, la residenza dell’ambasciatore americano a Londra.
In inglese lo chiamavano wisecracker, l’uomo della battuta pronta: quello che sembra avere già capito la risposta prima ancora che la domanda sia finita. E forse proprio quella prontezza, quella capacità di leggere una stanza, una persona, un pericolo, lo ha salvato più di una volta. Come attore ha fatto ridere il pubblico interpretando ragazzi arroganti destinati a cadere; come decoratore ha insegnato a Hollywood un’altra forma di eleganza, fatta di salotti bassi, conversazioni, antiquariato inglese, comfort e teatralità.
Ho scoperto la sua storia quasi per caso, e più la seguivo più mi sembrava incredibile che fosse rimasta così poco raccontata. Vi racconterò come un ragazzo scappato dalla Virginia con una spilla di diamanti della madre è arrivato alla MGM, è diventato il volto moderno degli anni Venti, ha perso il cinema per non rinnegare l’uomo che amava, e poi ha costruito una seconda carriera tanto raffinata da riportarlo nel cuore stesso del potere hollywoodiano.
Un figlio del nuovo secolo
William Haines nasce a Staunton, in Virginia, all’inizio del Novecento. Anzi, per essere più precisi, nasce proprio nel momento in cui il secolo sembra aprirsi davanti a lui come una promessa. Billy ha sempre amato raccontare di essere venuto al mondo il primo gennaio 1900, “un vero figlio del ventesimo secolo”. È un’immagine perfetta, quasi troppo perfetta: il ragazzo moderno nato insieme alla modernità. Il registro battesimale della Trinity Episcopal Church di Staunton, però, indica il 2 gennaio. Non esistono documenti civili che permettano di chiudere definitivamente la questione. In quella piccola incertezza c’è già qualcosa di lui: la verità, quando passa attraverso Billy Haines, sembra acquistare un bordo più elegante.
Staunton si trova nella Shenandoah Valley, circondata dalle Blue Ridge Mountains e dalle Allegheny. È una città di colline, strade ripide, case ottocentesche e memoria sudista, ma anche un centro vivace, cresciuto con la ferrovia e con il commercio. Quando Billy nasce, le vecchie famiglie rispettabili convivono con un’America che sta cambiando in fretta: tram elettrici, negozi, fiere, spettacoli, edifici nuovi. È già un piccolo teatro sociale in cui contano il nome, la facciata, il modo in cui ci si presenta agli altri.
La figura più teatrale della famiglia è Charles Edward Haines, il nonno paterno. Veterano confederato, uomo d’affari, presidente della Camera di Commercio locale, guida la Stonewall Brigade Band e organizza fiere, carnevali, spettacoli e rievocazioni. Sa radunare una folla, accendere una strada, trasformare una giornata qualunque in un evento. In casa, però, la sua autorità pesa. Charles ama lo spettacolo quando ha il passo marziale della banda, il decoro delle cerimonie pubbliche, l’energia virile degli affari e della politica locale. Le inclinazioni più delicate del nipote gli appaiono molto meno comprensibili.
Il primo vero apprendistato estetico, Billy lo riceve da Laura. La madre lavora come sarta e contribuisce al bilancio familiare seguendo la moda, scegliendo stoffe, tagliando abiti, coordinando le sarte che lavorano nel salotto. Billy le resta accanto con devozione. Dice di essere legato al suo grembiule per scelta, e mentre gli altri bambini giocano fuori, lui preferisce sedersi con Laura e le sue collaboratrici, ascoltare i pettegolezzi della città, imparare a cucire. Con gli scampoli avanzati confeziona vestiti per le bambole delle sorelle. Laura e Aunt Lila gli insegnano anche a cucinare. Per un bambino curioso, quel mondo domestico diventa una scuola silenziosa di gusto: il tessuto, il colore, la proporzione, la cura del dettaglio.
Anche le case lo affascinano presto. Staunton, con la sua varietà di stili architettonici, gli offre un repertorio inatteso. Il nonno materno, William Matthews, lavora come costruttore, e forse Billy lo accompagna qualche volta nei cantieri. Di certo, il fratello Henry ricorda la sua stanza da ragazzo: Billy l’ha rifatta nei colori della Virginia, arancione e blu, con un risultato così vistoso da restare impresso nella memoria familiare. A Charles, quelle raffinatezze domestiche sembrano frivolezze. Billy, però, sta già esercitando l’occhio.
Staunton, senza saperlo, gli mette davanti quasi tutto: il nonno che sa trasformare una strada in un evento, la madre che costruisce bellezza con stoffe, aghi e pazienza, le case da osservare, una stanza da rifare a modo suo. Billy non ha ancora Hollywood davanti, ma ha già imparato che il modo in cui ci si presenta al mondo conta moltissimo. Poi, a quattordici anni, invece di aspettare che il mondo venga a cercarlo, decide di andarselo a prendere. E per farlo comincia da un gesto che spezzerà il cuore di sua madre.
Scappare verso la luce
A quattordici anni Billy Haines decide di scappare. Staunton, con le sue buone maniere, il nonno ingombrante, la famiglia da non deludere e un futuro già immaginato dagli altri, comincia a stargli stretta. Dove lo porterà quella fuga, Billy non può saperlo. Restare gli sembra impossibile.
Per partire servono un biglietto, qualche dollaro, qualcosa da trasformare in denaro prima che qualcuno si accorga di tutto. Billy entra nella camera della madre, fruga tra i suoi gioielli e prende una spilla di diamanti: un oggetto di famiglia risalente alla Guerra Civile. La impegna. Il ragazzo che parte con lui aggiunge alcune vecchie monete rubate.
Per Billy, così legato a Laura, è un gesto durissimo: non porta via soltanto un oggetto prezioso, ma qualcosa che appartiene alla fiducia di casa. Eppure, in quel momento, il bisogno di andare via pesa più della paura e perfino del rimorso.
I due ragazzi arrivano a Hopewell, in Virginia, una città nata quasi dal nulla intorno alla DuPont Powder Company, una fabbrica di polvere da sparo ed esplosivi che attira operai da ogni parte.
Rispetto alla rispettabilità di Staunton, Hopewell sembra un altro pianeta. Operai arrivano da ogni parte per lavorare alla fabbrica e guadagnare in fretta; intorno a loro si muove una folla instabile di giocatori d’azzardo, ladri, prostitute, saloon e bordelli galleggianti sul James River. Le strade sono provvisorie, le regole deboli, il denaro circola rapido. Nessuno chiede da quale famiglia provieni, nessuno misura il tuo comportamento sul nome che porti.
Billy lavora alla DuPont, dove la paga è sorprendente per un ragazzo della sua età. Con il compagno intuisce presto che gli uomini della fabbrica hanno bisogno di svago quanto di salario. Nasce così l’idea di una sala da ballo. Billy non ha ancora quindici anni e guarda una stanza come un luogo da animare, un pubblico come qualcosa da attirare, la conversazione e il divertimento come una piccola impresa.
L’avventura finisce con il fuoco. Nel dicembre 1915 un incendio enorme devasta Hopewell e distrugge gran parte della città. La notizia arriva sui giornali; anche a Staunton si leggono i nomi dei lavoratori coinvolti, e Laura e George passano ore d’angoscia prima di sapere che il figlio è vivo. Immaginano che, dopo quel disastro, Billy torni a casa. Invece lui guarda le ceneri della sala da ballo e va verso nord. Non rientra nella protezione familiare. Sceglie New York.
Nel 1916 ha appena sedici anni e comincia di nuovo. Lavora alla Kenyon Rubber Company per una paga modesta, molto lontana dai guadagni rapidi di Hopewell. Vive in pensione, cambia impieghi, osserva la città e impara a muoversi in ambienti sempre diversi. New York gli offre ciò che Staunton non poteva dargli e Hopewell gli aveva mostrato solo nella forma più brutale: anonimato, libertà, possibilità.
Col tempo trova lavori più adatti al suo carattere. Fa il commesso, poi l’office boy presso la società finanziaria S. W. Straus. Nei negozi, tra clienti, stoffe, vetrine e merci esposte con cura, affina quel talento per la presentazione che ha iniziato a formarsi accanto alla madre sarta. Sa parlare, scherzare, rendersi memorabile. Anche quando vende qualcosa, sembra soprattutto esercitarsi a vendere una versione più brillante di sé.
Il cinema arriva attraverso uno di quei concorsi pubblicitari che promettono di trasformare uno sconosciuto in una promessa dello schermo. Alla fine del 1921, la Goldwyn Pictures cerca i “New Faces” del 1922. Tra oltre mille candidati maschi viene scelto Billy. Tra le donne vince Eleanor Boardman. Nel marzo 1922 sale su un treno diretto in California.
L’arrivo non ha nulla di trionfale. Durante il viaggio si ammala, la pelle si irrita per la polvere e, quando scende a Los Angeles, il suo aspetto non corrisponde all’immagine di un giovane dio appena scoperto. Nessuna folla lo aspetta alla stazione. Lui ed Eleanor prendono un taxi e raggiungono gli studi Goldwyn a Culver City.
A Hollywood, il ragazzo che rideva prima di cadere
Quando Billy Haines arriva agli studi Goldwyn, scopre subito che vincere un concorso non basta per diventare una star. La pubblicità lo ha trasformato nel volto nuovo del 1922, ma agli studios si aspetta, si prova, si posa per fotografie, si accettano piccoli ruoli e si spera che qualcuno, prima o poi, capisca che cosa fare di te.
Per qualche tempo, con Billy, nessuno sembra saperlo davvero. È bello, ha presenza, sa farsi notare, ma non appartiene alla categoria dei grandi innamorati tragici che il cinema muto sa già usare così bene. Non ha il languore romantico di John Gilbert, né l’aura esotica di Ramón Novarro o Rodolfo Valentino. In lui c’è qualcosa di più nervoso, più contemporaneo, quasi impertinente.
La MGM osserva quel giovane virginiano dal sorriso sfacciato e capisce che non deve renderlo troppo nobile. Deve lasciarlo irritante quel tanto che basta.
La svolta arriva nel 1926 con Brown of Harvard. Billy interpreta Tom Brown, ragazzo di college sicuro di sé fino all’arroganza, convinto che fascino e parlantina possano aprirgli ogni porta. Entra in scena come se il campus fosse già suo, con quella leggerezza insolente che diventa subito il suo marchio.
Il pubblico lo ama perché aspetta il momento in cui cadrà. Haines non interpreta l’eroe perfetto, ma il ragazzo che deve essere ridimensionato prima di diventare amabile. Prima è troppo brillante, troppo soddisfatto di sé. Poi perde qualcosa: orgoglio, reputazione, amore, controllo. Solo allora torna verso il pubblico, meno intatto e molto più simpatico.
È in questi film che la stampa e il pubblico cominciano a riconoscere il Billy wisecracker. In italiano non esiste una traduzione perfetta: è l’uomo dalla battuta pronta, ma anche qualcuno che usa l’ironia come difesa, seduzione, presenza scenica. Nel muto, la battuta passa dai cartelli, ma lui la prepara con il corpo: un sorriso di traverso, un sopracciglio alzato, quello sguardo di chi sembra sempre un passo avanti.
Dopo Brown of Harvard, la MGM gli cuce addosso variazioni dello stesso tipo. Billy diventa atleta, cadetto, giovane mondano, ragazzo viziato da rimettere in riga. La punizione, nei suoi film, non diventa mai distruzione. È una piccola educazione sentimentale: si ride di lui, poi lo si aspetta, poi lo si perdona quando finalmente mostra il cuore sotto la battuta.
Questa immagine si adatta perfettamente agli anni Venti: velocità, automobili, studenti sportivi, giovani che vogliono arrivare prima degli altri. Irving Thalberg lo capisce bene. Il romanticismo idealizzato di qualche anno prima non basta più. Serve un protagonista vicino a un’America che parla di successo e movimento.
Lo studio gli dà i film, le campagne pubblicitarie, le fotografie, le partner adatte. Ma quella scintilla appartiene solo a lui. Così William Haines diventa il giovane moderno di Hollywood: quello che ride prima di cadere e proprio cadendo conquista tutti.
Il Numero Uno si innamora
Alla fine degli anni Venti, Billy Haines è un nome che fa vendere tanti biglietti. Compare sui manifesti, nelle rubriche mondane, nelle interviste leggere delle riviste di cinema. Nel 1930 arriva al primo posto del box-office americano, davanti a molti volti che oggi ricordiamo più facilmente di lui: Greta Garbo, John Gilbert, Ramón Novarro.
È proprio in quel momento che entra nella sua vita Jimmie Shields.
Succede a New York, nei primi mesi del 1926. Jimmie si chiama in realtà James Shields Fickeisen, è nato a Pittsburgh, è cresciuto tra la Florida e la famiglia materna, ed è appena uscito dalla Marina dopo un congedo per motivi di salute. È giovane, bello, con il fisico compatto dell’ex marinaio.
Secondo alcuni amici, Billy lo conosce sbattendoci letteralmente contro per strada. Potrebbe restare un’avventura, invece prende subito un’altra direzione. Billy deve tornare a Los Angeles, dove il suo ultimo film sta per uscire e la MGM lo aspetta. Invita Jimmie a seguirlo, promettendogli lavoro come comparsa. Jimmie accetta e parte per la California insieme alla sorella Virginia e ad altri amici di Billy.
A Hollywood, Billy mantiene la promessa. Trova a Jimmie piccoli lavori alla MGM come comparsa e controfigura, ma soprattutto gli dà un posto nella propria vita. I due vanno a vivere insieme a North Western Avenue. Nel 1926, una convivenza così può ancora scivolare dentro le zone elastiche della Hollywood pre-Codice; pochi anni dopo sarebbe diventata molto più difficile da sostenere per una star di primo piano.
Jimmie entra presto anche nella vita mondana di Billy. Ama i bei vestiti, i regali, gli oggetti costosi, la sensazione di essere arrivato in una favola più lussuosa della propria. Billy lo vizia con piacere. Gli amici lo ricordano generoso, largo con le mance, affezionato alla famiglia. Billy, circondato da moltissime persone, trova in lui continuità.
Fuori dal set, i giornalisti continuano a cercarlo. Quando gli chiedono perché non si sposi, lui dribbla con una battuta. Intorno a Billy e Jimmie, però, gli amici sanno. Vedono Jimmie alle feste, nelle case, alla MGM, nella quotidianità di North Western Avenue. Non è una presenza da nascondere ogni volta che qualcuno bussa alla porta, e questo rende Billy diverso da molti altri.
Per qualche anno, quell’equilibrio regge. Gli amici sanno, i giornalisti intuiscono, la MGM lascia correre perché Billy funziona. Ma quando il clima morale cambia e gli studios diventano più nervosi, la sua posizione si fa fragile proprio perché è troppo visibile. Un attore qualunque può essere ignorato o lasciato scivolare via. Il numero uno al botteghino no.
Il prezzo da pagare
Il 1931 è l’anno in cui Billy scopre quanto possa essere fragile il successo a Hollywood. Sui giornali inizia a circolare la voce che la MGM potrebbe non rinnovargli il contratto: si parla di soldi, di richieste troppo alte, di uno stipendio che lo studio non vuole più sostenere. Molto tempo dopo, Billy affermerà che sarebbe rimasto alla MGM per qualunque cifra.
The New Adventures of Get-Rich-Quick Wallingford conferma che sa ancora tenere il botteghino, ma Louis B. Mayer comincia a entusiasmarsi per Jimmy Durante, nuovo volto comico dello studio.
A Billy viene concesso un nuovo contratto, ma non torna come star assoluta: torna come featured player, un gradino sotto. Anche lo stipendio viene tagliato. Il fratello Henry ricorderà che Billy compra un bassotto e lo chiama “Fifty”, per quel cinquanta per cento di paga andato via insieme al vecchio status.
La MGM ha una macchina formidabile per controllare ciò che il pubblico deve sapere delle sue star. Ve ne parlerò meglio, perché dentro quella macchina si muovono figure affascinanti e inquietanti come Eddie Mannix e Howard Strickling, i celebri fixers, gli “aggiustatori” dello studio: uomini capaci di ripulire incidenti, coprire scandali, orientare la stampa e combinare incontri utili.
Con Billy, però, quella macchina sembra lavorare contro di lui. Il tour promozionale di Wallingford diventa sempre più faticoso: apparizioni sul palcoscenico, camerini scomodi, saluti al pubblico più volte al giorno, sorrisi da distribuire anche quando l’aria intorno a lui è cambiata. Billy accetta tutto questo. Fa il suo dovere, almeno sul piano professionale. Intanto il messaggio dello studio è sempre più chiaro: deve maturare, diventare più serio, lasciarsi alle spalle il ragazzo dalla battuta pronta. E, soprattutto, deve sistemarsi con una donna.
Schiacciato da quella pressione, Billy arriva a fare l’impensabile. Durante la lavorazione di Are You Listening?, dopo un bacio più appassionato del previsto, chiede ad Anita Page di sposarlo. Anita è una delle sue partner più frequenti, una ragazza che gli vuole sinceramente bene, ma resta spiazzata. Lo conosce, lo frequenta, sa che nella sua vita c’è Jimmie Shields, anche se forse non ha ancora dato a quella presenza il significato che per altri è ormai evidente.
Invece di rispondere subito, va da Mayer per chiedere consiglio. Mayer, con la brutalità di chi non ha nessuna intenzione di proteggere le illusioni di nessuno, le chiede: “Non sai che cos’è?” Poi le nomina Jimmie. A quel punto Anita capisce. Rifiuta la proposta, e Billy non glielo farà pesare. Rimane gentile con lei, come se anche lui sapesse benissimo che quella domanda non nasceva dal cuore, ma dalla paura di perdere tutto.
L’ultimatum arriva nel 1933. Mayer convoca Billy e gli chiede, in sostanza, di scegliere: la MGM o Jimmie. Billy non riesce a trattenersi e gli risponde che lascerà Jimmie quando Mayer lascerà sua moglie.
A quel punto la rottura è consumata. Mayer lo licenzia e il contratto viene chiuso. Per Billy non significa sparire subito dallo schermo, ma uscire dal sistema che lo aveva creato. Gira ancora qualche film minore per studi di Poverty Row, lontano dal prestigio e dalla protezione della MGM. Gli ultimi arrivano nel 1934 con la Mascot Pictures: Young and Beautiful e The Marines Are Coming.
Quando si chiude una porta…
Billy capisce presto che, se il cinema non lo vuole più, deve inventarsi un’altra carriera. L’occasione arriva da Mitchell “Mitt” Foster e Larry Sullivan, due vecchi amici dei tempi di New York. Mitt compra e vende antiquariato, Larry è il suo compagno, Billy porta nel progetto denaro, relazioni hollywoodiane e un occhio già allenatissimo.
Insieme aprono un negozio di antiquariato in una vecchia casa su La Brea Avenue. Più che una bottega, però, sembra una casa già abitata: stanze composte, oggetti scelti, clienti accolti come ospiti. Chi arriva per curiosità, magari aspettandosi l’ex divo che si diverte a fare il decoratore, trova invece Billy serissimo davanti a una porcellana, a una sedia, a una proporzione. Sa parlare di antiquariato, ma soprattutto sa metterlo in scena.
La prima ad accorgersene? Joan Crawford. Il legame con Billy era nato alla MGM, quando lei era ancora Lucille LeSueur e stava cercando di diventare la diva che il pubblico avrebbe conosciuto. Tra loro nasce una confidenza fatta di affetto, prese in giro e verità dette senza troppi riguardi. Quando le propongono di cambiare nome in Joan Crawford, lei inizialmente non è convinta, ma Billy la prende subito in giro: sempre meglio Crawford che “Cranberry”, le dice, altrimenti sarebbe sembrata un contorno per il tacchino del Thanksgiving. Lucille accetta il nuovo nome, ma tra loro “Cranberry” resta un soprannome affettuoso.

Quando Billy perde terreno come attore, lei non si allontana. Con Douglas Fairbanks Jr. compra diversi pezzi dal suo negozio per arredare i camerini portatili, poi gli affida la casa di Bristol Avenue, a Brentwood. Joan, prima di diventare la grande sacerdotessa del controllo e dell’eleganza, ha riempito la casa con entusiasmo un po’ ingenuo: bambole, oggetti sentimentali, perfino quadri di ballerine su velluto nero, con capelli veri e strass applicati. Lei li trova meravigliosi. Billy, naturalmente, ha un’altra opinione.
Quando prende in mano la casa, comincia togliendo. Via le bambole, via le ballerine, via tutto ciò che appesantisce le stanze. Al loro posto arrivano pareti bianche, divani bianchi, tappeti chiari, mobili antichi, tocchi di blu Wedgwood. Anche il pianoforte dorato lascia spazio a uno Steinway bianco. La casa cambia tono: più pulita, più adulta, più sicura.
Non avviene senza discussioni. Crawford ricorderà che lei e Billy litigavano come cani e gatti, ma che lui finiva sempre per vincere perché aveva più gusto e più conoscenza. Detta da Joan Crawford, la frase racconta un rapporto raro: Billy è una delle poche persone a cui lei permette di metterle mano all’immagine.
Da lì il passaparola comincia a lavorare sul serio. Marie Dressler gli affida alcune stanze della casa di Alpine Drive, Wallace Beery fa lo stesso, John Barrymore e Dolores Costello gli commissionano il salotto, e perfino Douglas Fairbanks Sr., forse incoraggiato dal figlio, ordina pezzi per Pickfair (di cui vi ho parlato qui). Il nome di Billy ricomincia a circolare tra salotti, camerini e ville private. Quasi senza uscire dal suo mondo, Haines trova il modo di rientrarci da un’altra porta.
Un’altra attrice ha contribuito molto al lancio della sua carriera: Carole Lombard. Nel 1934, poco dopo il divorzio da William Powell, compra una casa ai piedi delle Hollywood Hills e chiede a Billy di arredarla. Lui è ancora all’inizio della nuova carriera e non le chiede nemmeno un compenso: punta tutto su quella casa, sulle persone che la vedranno, sulle conversazioni che farà nascere. E ha ragione.
Per Carole immagina stanze eleganti ma facili da vivere, con molti pezzi disegnati apposta. Nel soggiorno compaiono lampade ricavate da busti di marmo, un tavolo basso di gusto neoclassico realizzato nei suoi laboratori, sedute comode pensate per far restare gli ospiti a parlare. C’è anche una méridienne, una specie di divanetto allungato su cui ci si può sdraiare di lato, più elegante di un semplice sofà e più teatrale di una poltrona.
Il pezzo più iconico? Un grande daybed, un letto da giorno pensato per riposare, leggere, ricevere, stare in posa senza sembrarlo davvero.
La rivista Motion Picture si accorge subito di quell’atmosfera e scrive che qualunque uomo, entrando nella casa di Carole, si sarebbe sentito “rozzo come Tarzan”. È la casa di una donna giovane, libera, appena divorziata, brillante, che usa il salotto anche come palcoscenico privato. Lombard vi organizza feste memorabili, e proprio quelle stanze diventano la migliore pubblicità possibile per Billy. Sta diventando William Haines decorator.
Più avanti, anche per via del rapporto con Clark Gable, Carole si allontana da Haines. Dopo il matrimonio con Gable, la sua vita domestica prenderà la strada più appartata del ranch di Encino. Billy ci resta male: perde una cliente, certo, ma soprattutto un’amica. E quando Carole muore nel disastro aereo del 1942, per lui sarà un colpo durissimo.
Il decoratore delle stelle
Nel negozio di La Brea cominciano ad arrivare mobili dall’Inghilterra. Li sceglie Mitt Foster, che in quegli anni compra pezzi Regency sul mercato europeo approfittando di un momento favorevole. Billy, però, fa il passaggio decisivo: prende quell’eleganza inglese e la porta dentro le ville californiane, tra luce chiara, cocktail, attrici, produttori, telefonate e visite improvvise.
Il Regency nasce all’inizio dell’Ottocento, durante la reggenza del futuro Giorgio IV, e ha un’eleganza leggera, neoclassica, lontana dalla pesantezza vittoriana: gambe sottili, schienali curvati, braccioli disegnati con grazia, mogano lucido, dorature misurate, richiami all’antica Grecia e a Roma. È uno stile aristocratico, ma non soffoca la stanza: la disegna. Una console inglese, una sedia Regency o uno specchio dorato, nelle mani di Haines, entrano in salotti vivi, dove si ricevono amici, si beve, si fuma, si parla di contratti, di film, di divorzi, di feste.
Accanto al Regency compaiono altri nomi importanti dell’arredamento inglese e americano. Chippendale porta sedie più elaborate, spesso con schienali traforati e gambe scolpite. Sheraton preferisce linee diritte, proporzioni leggere, eleganza controllata. Hepplewhite è più sottile, più raffinato, riconoscibile per certi schienali a scudo e per una grazia quasi femminile. Billy usa questi riferimenti con libertà, mescolandoli a porcellane, lacche, specchi, stoffe chiare e tocchi più audaci.

Le ville californiane degli anni Trenta e Quaranta hanno esigenze nuove. Ricevimenti, telefonate, cocktail, letture di copioni, prove d’abito, amici che passano senza annunciarsi troppo: la vita hollywoodiana chiede mobili belli, ma anche comodi, bassi, utilizzabili. Billy comincia così a far realizzare pezzi su misura. Disegna, modifica, fa costruire perché ogni arredo entri davvero nella vita dei clienti.
Il caso più famoso è la Brentwood Chair, chiamata anche Hostess Chair. È una seduta bassa, elegante, avvolgente, pensata per favorire la conversazione. Sta più vicina al pavimento, accoglie il corpo, conserva una linea composta. Chi vi siede appare rilassato, ma ancora perfettamente presentabile. Il nome “hostess” racconta già molto: è una sedia da padrona di casa, da salotto pieno di ospiti, da conversazione prolungata accanto a un tavolo basso.
Con quelle sedute, la stanza cambia comportamento. Gli ospiti si trovano più vicini, le voci si abbassano, la visita formale diventa conversazione. Un cocktail appoggiato accanto, una lampada alla giusta altezza, due poltrone disposte senza troppa distanza: il salotto diventa più intimo anche quando è grande.
Haines porta nelle case delle star un passato elegante, ma vivo: mobili antichi pensati per stanze abitate, ricevimenti, conversazioni. E qui il pensiero corre inevitabilmente a Cedric Gibbons. Lui, alla MGM, costruiva set in cui il pubblico poteva sognare di entrare. Haines lavora dall’altra parte dello specchio: costruisce stanze vere, abitate dalle star quando il film è finito, quando il costume è appeso e il riflettore si spegne.
Dai divani delle star alle stanze del potere
Dopo le prime case delle star, il nome di Billy Haines arriva ai produttori, agli uomini d’affari, alle famiglie che usano la casa anche come dichiarazione di rango. Tra loro c’è Jack Warner, uno dei padroni di Hollywood, costruttore di un impero fatto di film duri, urbani, popolari. Per la propria casa, però, Warner vuole qualcosa di più antico, più solenne, quasi dinastico.
Roland E. Coate la ridisegna in stile georgiano, Florence Yoch lavora al paesaggio, e Billy parte per l’Europa in cerca di antiquariato. L’ingresso è a due piani, la scala maestosa, i lampadari viennesi, le carte cinesi dipinte a mano del Settecento, le nicchie per porcellane Wedgwood.

Nella biblioteca di Jack, Billy abbassa le proporzioni dei mobili per adattarle alla statura minuta del padrone di casa. Alle pareti compaiono i copioni dei film Warner; dietro le tende si nasconde uno schermo cinematografico. I proiettori sono celati dietro pannelli azionati muovendo la testa di un Buddha fissato alla parete. In mezzo a mogano e decoro georgiano, il cinema resta nascosto ma pronto ad apparire.
Alla fine degli anni Trenta, essere invitati nella tenuta dei Warner diventa un segno di status. Ann Warner ama ricevere, e Billy e Jimmie sono spesso tra gli ospiti.
Con gli anni, il nome di Billy supera i confini della vecchia Hollywood. Attraverso l’alta società californiana arriva anche a Nancy Reagan. A fare da ponte è Betsy Bloomingdale, figura centrale della società losangelina, moglie dell’erede dei grandi magazzini Bloomingdale’s e amica stretta di Nancy. È lei a convincere Billy ad andare a vedere la casa dei Reagan a Pacific Palisades. Billy all’inizio è scettico, teme forse un incarico poco interessante, ma accetta: fa alcuni interventi per loro, e da quell’incontro Nancy conosce anche Ted Graber, il suo giovane collaboratore. Sarà proprio Graber, anni dopo, a decorare per i Reagan gli appartamenti privati della Casa Bianca. Quando Ronald Reagan viene eletto governatore della California, Billy e Jimmie organizzano una festa in suo onore: tavoli intorno alla piscina, fiori ovunque, personale aggiunto perché tutto sia impeccabile.
Da lì il cerchio si allarga ancora, fino a Walter e Leonore Annenberg. Lui è un magnate dell’editoria e, alla fine degli anni Sessanta, viene nominato ambasciatore americano nel Regno Unito. Lei, che tutti chiamano Lee, è una padrona di casa formidabile, abituata a muoversi tra arte, diplomazia e alta società. Dopo Sunnylands, la loro tenuta nel deserto di Rancho Mirage, affidano a Billy anche Winfield House, a Londra: la residenza ufficiale dell’ambasciatore americano presso la Corte di St. James.
Winfield House è una grande dimora georgiana a Regent’s Park, appartenuta a Barbara Hutton e poi passata al governo americano. Billy e Ted Graber viaggiano avanti e indietro da Londra per nove mesi, rimettendo ordine e splendore in una residenza destinata a ricevere aristocratici, politici, diplomatici e teste coronate.
Anche lì Billy lascia la sua firma inconfondibile: Chippendale, wine coolers George III, casse Ming, porcellane Lowestoft, Renoir, Gauguin, Toulouse-Lautrec, Monet. Nella garden room trova posto una carta cinese dipinta a mano, verde pallido, con uccelli e farfalle tra alberi orientali. Billy l’aveva vista anni prima in un antiquario londinese e non l’aveva mai dimenticata. Lee la compra, la fa restaurare, e quella carta diventa il cuore poetico della casa.
All’inizio la stampa inglese storce il naso davanti alla spesa e alla presenza di quei “decoratori di Beverly Hills”. Poi la casa viene inaugurata, arrivano gli ospiti, e molte critiche si spengono, anche grazie alla Principessa Margaret che si complimenta pubblicamente.
L’uomo che disegnò le proprie regole
A Lorna Lane, la casa di Billy Haines e Jimmie Shields diventa qualcosa di più di un indirizzo. È il loro mondo: il posto dove ricevono gli amici, organizzano cene, tengono insieme vecchia Hollywood, clienti, confidenze, battute, oggetti raccolti in una vita intera.
Qui il gusto di Billy non è più solo lavoro. È il modo in cui sceglie di abitare il mondo.
E infatti ogni cosa sembra avere una storia. Nel soggiorno, per esempio, Billy è molto orgoglioso di una carta da parati francese Empire, stampata a mano, con la scena della conquista del Perù da parte di Pizarro. È teatrale, quasi da set, ma nella sua casa non resta mai semplice fondale: diventa una parete davanti alla quale ricevere, parlare, osservare gli ospiti.
C’è poi il quadro sopra il camino, un dipinto tardo seicentesco che Billy pensa arrivi da Guadalajara. Non lo considera un capolavoro, ma gli piace. A un certo punto, cambiando casa come fa spesso, decide di venderlo alla Warner Bros. per centocinquanta dollari. Poi succede una cosa molto hollywoodiana: se lo ritrova, anno dopo anno, in una quantità di film con Bette Davis. Ogni volta lo riconosce, e ogni volta gli manca un po’ di più. Alla fine chiama Jack Warner e gli chiede di ricomprarlo allo stesso prezzo. Warner gli fa notare che ormai solo la cornice vale più di quella cifra, ma cede alla nostalgia. E il quadro torna a casa.
Jimmie è accanto a lui in tutto questo. Riceve, accompagna, consiglia, partecipa. Conosce amici, abitudini, oggetti, mercati. Con il passare degli anni, il cerchio si restringe, ma si fa più prezioso. Attorno a Billy e Jimmie restano Clifton Webb, Noel Coward, Orry-Kelly, Eleanor Boardman, Joan Crawford. Nel 1951, proprio a Lorna Lane, festeggiano il loro venticinquesimo anniversario davanti a persone che sanno benissimo cosa stanno onorando. Tallulah Bankhead aveva soprannominato quella casa “Haines Castle”, e Joan Crawford dirà che Billy e Jimmie erano “la coppia sposata più felice di Hollywood”.
Negli ultimi anni, Billy si affida sempre di più a Ted Graber. È lui a seguire molti progetti, a portare avanti i clienti, a tradurre il gusto Haines in case nuove. Billy osserva, consiglia, interviene quando serve. Ha ancora l’occhio, anche se la vita mondana di un tempo si è fatta più quieta.
Quando Ted gli mostra la casa di Joe Bain, un progetto a cui Billy ha partecipato solo in parte, lo accompagna attraverso le stanze. Billy guarda il lavoro finito e gli dice: “L’allievo ha superato il maestro.”
A dicembre il medico lo trasferisce al St. John’s Hospital di Santa Monica. Betsy Bloomingdale lo sente al telefono la domenica, come sempre, e lui le dice: “Ragazzina, credo che questa sia l’ultima domenica in cui parleremo.” A Natale, gli amici portano piccoli doni nella sua stanza. Billy riesce a sorridere e a stringere per un momento la mano di Jimmie. Il giorno dopo, 26 dicembre 1973, alle 6:45 di sera, muore per un arresto cardiaco, con Jimmie seduto accanto a lui. Mancava una settimana al suo settantaquattresimo compleanno.
Il mondo esterno sembra essersi dimenticato di quanto fosse stato importante. Variety pubblica il necrologio solo a gennaio. Il New York Times lo ricorda in poche righe come un comico cinematografico degli anni Venti. Il Los Angeles Times elenca tra i superstiti i fratelli e le sorelle, ma non nomina Jimmie. Dopo quasi cinquant’anni insieme, anche l’ultimo riconoscimento pubblico gli viene negato.
Jimmie prova a resistere poche settimane. Telefona agli amici, riceve visite, ascolta parole di conforto che non bastano. Il 5 marzo 1974, solo nella casa ormai silenziosa, scrive un biglietto: ringrazia chi ha cercato di aiutarlo, ma dice che senza William Haines, con cui è stato dal 1926, non riesce ad andare avanti. Prende un flacone di sonniferi e si addormenta per sempre. Le sue ceneri vengono deposte accanto a quelle di Billy al Woodlawn Mausoleum.
Così finisce la loro storia terrena, con una durezza che nessuna eleganza può addolcire del tutto. Restano i film, le stanze, le sedie, le case, gli amici, e soprattutto il disegno ostinato di una vita condotta secondo regole proprie. Hollywood gli aveva chiesto una parte da recitare. Lui ne ha scelta un’altra, più rischiosa e più vera.
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- lunedì, giugno 01, 2026
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