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“È un dono che ho avuto dal Cielo! Ma non so dire come riesca a sdoppiarmi per doppiare creature così diverse, ma tutte così brave”
-Lydia Simoneschi
È una domenica di dicembre e sto leggendo i commenti all’ultimo video che ho pubblicato su Instagram, una scena dal film Al tuo ritorno. C’è Ginger Rogers in un ruolo bello tosto, una donna che dopo il carcere pensa a come rifarsi una vita. A rendere il tutto ancora più potente è la voce calda ed elegante che, nella versione italiana, le regala l’immensa Lydia Simoneschi. La voce a cui sono più affezionata in assoluto fin dall’infanzia.
Mentre scorro i messaggi, m’imbatto in uno che dice: “Mia nonna”.
E penso, cosa avrà voluto dire?
L’attrice mi ricorda mia nonna? Guardavo questo film con mia nonna?
Decido di scriverle per saperne di più ed è così che succede quello che non avrei mai immaginato nemmeno nei miei sogni più sfrenati: sto parlando proprio con la nipote di Lydia Simoneschi.
Io ed Erica entriamo subito in sintonia, le parlo della mia adorazione per sua nonna e per quanto ho trovato ingiusto che fosse così poco celebrata. In uno slancio di coraggio le racconto di aver scritto anche un articolo su di lei nel 2017, confessandole quanto fosse stato difficile, all’epoca, reperire informazioni sul suo conto.
Ormai sono inebriata dall’entusiasmo e mi lancio in una proposta: “Se scrivessi un nuovo articolo su tua nonna, saresti eventualmente disponibile a rispondere a qualche domanda per riempire le lacune?”
Ed è così che io ed Erica iniziamo un viaggio, e lo dico con cognizione di causa, che lascerà un segno profondo in entrambe. Grazie al suo aiuto sono riuscita a mettere insieme un piccolo, grande tributo a questa donna che ci ha sempre tenuto a mantenere riserbo per la sua vita privata, ma la cui vita professionale ha raggiunto vette che è giusto celebrare.
Vi anticipo che non sarà breve (ormai siete abituati alla lunghezza dei miei approfondimenti), ma dovete capire quanto questa sia stata per me un’esperienza intensa, totalizzante. Mi sono completamente immersa non in una, ma in due vite (poi capirete di chi è la seconda), mi sono ritrovata a sfogliare archivi, documenti, cronache anche dai giornali stranieri, libri e perfino il verbale di una seduta del Senato. Erica è stata poi così gentile da fornirmi alcune fotografie nonchè lettere di ammiratori e di attori/produttori pieni di complimenti per il lavoro di Lydia. Tutto materiale preziosissimo, ma una delle scoperte più incredibili è stata una rivista che ho acquistato su eBay con un’intervista a Lydia Simoneschi. Appena ho iniziato a leggerla mi sono profondamente commossa: attraverso i film avevo “sentito la sua voce”, ma questa era la prima volta in cui, leggendo le sue risposte, davvero “sentivo la sua voce”.
E il fatto che questo articolo esca proprio oggi, 4 aprile, nel giorno in cui Lydia avrebbe compiuto gli anni – e quattro mesi esatti dal momento in cui ho conosciuto Erica – è per me la ciliegina sulla torta. Un segno, forse. Di quelli che fanno sorridere il cuore.
Perciò mettetevi comodi. Cominciamo!
Dalla città eterna ai palchi europei
Sabato 4 aprile 1908, nella romanissima Via delle Botteghe Oscure al civico 56, nasce Lydia. È la prima figlia di Giselda Grossi, pronipote dello scrittore Tommaso Grossi, e Carlo Simoneschi, un uomo la cui anima era divisa tra una bruciante passione per la recitazione e la giurisprudenza. E come se non bastasse la laurea in Legge, ne ha anche una in Lettere.
Lasciate che vi racconti qualcosa di Carlo perchè il rapporto con l’arte e con la figlia sarà determinante nel percorso di vita di Lydia.
Simoneschi inizia a prestare servizio volontario presso la Corte dei Conti (addirittura è precettore in alcune nobili famiglie romane) e, parallelamente, intraprende la carriera di regista e attore di teatro. Dopo aver combattuto nella Prima guerra mondiale, partecipa a tournée con diverse compagnie teatrali; nel 1924, ad esempio, è in Inghilterra con l’Enrico IV di Pirandello, insieme a Ruggero Ruggieri e a un giovane Gino Cervi (l’articolo del Times è del ‘25).
Se la piccola Lydia a 5 anni ha il suo battesimo di palcoscenico con uno spettacolo del padre, la madre insiste per un’educazione che le fornisca tutti gli strumenti utili per la vita: lo studio del francese, il pianoforte...
Il padre vede però un fuoco che brucia in lei, una voce squillante e una disinvoltura che sarebbe un peccato non coltivare. Ed è così che, conclusi gli studi, Lydia sceglie di seguire le orme del padre.
Insieme a lui nel 1928 è nella compagnia di Irma e Emma Gramatica in "Le medaglie della vecchia signora" e "Teresa Raquin".
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Lydia è la prima a sinistra, Carlo è il terzo a sinistra. |
Sempre al fianco del padre, Lydia entra nella compagnia teatrale di Camillo Pilotto. Un documento dell’epoca ci rivela che, nel gennaio del 1930, è a Forlì con lo spettacolo "Chi piange per Juckenack", e ci racconta anche cosa ne pensavano i primi critici.
Qualche mese più tardi è diretta da Anton Giulio Bragaglia in "La veglia dei lestofanti" a Milano, nella mia Parma (al Teatro Reinach, che oggi non esiste più, bombardato negli anni Quaranta) e a Torino, dove interpreta Lucy, la figlia di Brown detto il tigre, interpretato da suo padre Carlo.
In questo periodo si esibisce in teatri di tutta Italia e d’Europa: Amsterdam, Parigi, Berlino, Budapest. Dopo questi 3 anni Lydia lascia i palcoscenici per quello che diventerà il suo regno indiscusso: lo studio di registrazione.
Il microfono chiama
All’inizio degli anni ’30, il cinema parlato si diffonde rapidamente anche in Italia, ma con un ostacolo non da poco: gran parte della popolazione è ancora analfabeta e i sottotitoli non sono un’opzione percorribile per il grande pubblico. I film stranieri – in particolare quelli americani – hanno bisogno di una voce che li renda comprensibili, familiari, “nostri”. È da questa esigenza che nasce il doppiaggio: un’arte nuova, ancora tutta da codificare, che consiste nel sostituire la lingua originale con battute recitate in italiano, sincronizzate con i movimenti labiali degli attori sullo schermo.
Il primo vero stabilimento dedicato al doppiaggio italiano è la Cines-Pittaluga, a Roma, negli studi della Cesar. Nel marzo del 1932 viene doppiato Il Milione di René Clair, uno dei primissimi esempi ufficiali. A dirigere i lavori è il regista Mario Almirante, deciso a conferire prestigio a questa nuova pratica. Per farlo, si circonda di attori esperti, molti provenienti dal teatro, tra cui Camillo Pilotto. È probabile che proprio attraverso la compagnia di Pilotto venga coinvolta una giovane attrice, dalla voce squillante e dal talento già riconosciuto: Lydia Simoneschi. A lei viene affidato il doppiaggio dell’attrice Annabella.
Il doppiaggio, per Lydia, non è solo un’opportunità professionale: è anche una scelta di vita. Rispetto alla frenesia delle tournée teatrali, lo studio di registrazione le offre stabilità e silenzio. È un mondo che si sposa perfettamente con il suo temperamento riservato e con il desiderio di perfezione. È la porta d’ingresso a una nuova forma di recitazione, dove la voce diventa protagonista assoluta.
Suo padre Carlo, dopo aver preso parte a diversi film negli anni Trenta (dopo essersi dedicato anche alla regia nei decenni precedenti), a partire dagli anni Quaranta si dedica completamente alla carriera istituzionale. Ricopre l’incarico di vice referendario presso la Corte dei Conti, nella Cassa speciale dei biglietti di Stato.
Vi ricordate il famoso verbale del Senato di cui vi ho parlato?
Tra i documenti che ho consultato, ne ho trovato uno del 1951 in cui si discute l’aumento degli stipendi per i vice referendari della Corte dei Conti. Durante la seduta, viene menzionato proprio Carlo Simoneschi: un senatore mostra in aula alcune banconote da una e due lire che riportano la sua firma, portandolo come esempio del livello di responsabilità affidato a queste figure.
Un riconoscimento indiretto ma significativo, che testimonia il prestigio raggiunto dal padre di Lydia anche nel suo percorso istituzionale.
Ma veniamo ad altri due documenti che ho trovato.
Volevo assolutamente capire come la stampa dell’epoca parlasse del doppiaggio. Il primo documento che ho trovato è un settimanale del 1935, Cinema Illustrazione, che ospita una rubrica dal titolo: “Le ombre e la voce, ovvero i misteri del doppiato svelati al pubblico”.
Ed è proprio lì che compare il nome di Lydia Simoneschi, indicata come voce italiana dell’attrice Marion Davies.
La vera chicca, però, arriva dall’estero: un articolo del Gettysburg Times, datato 1936, intitolato “Italy Hears Voices of Hollywood Stars: New Process Is Employed”.
Dagli Stati Uniti si apprende che, finalmente, anche in Italia è possibile vedere i film americani grazie a una nuova tecnica: il doppiaggio. E tra i pochi attori italiani citati compare proprio Lydia Simoneschi, indicata come voce di Marlene Dietrich.
Nel 1936 sposa Franz Lehmann, un ufficiale della Marina, e poco dopo diventa mamma di Giorgio. Nel 1942 però il marito muore in guerra e a Lydia rimane solo una cosa da fare: sostenuta dalla sua famiglia si butta a capofitto nel lavoro (nel 1949 Lydia ha un secondo figlio, Gianni, dall’unione con Luigi).
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Lydia e Franz |
Nel 1945, all’alba di un’Italia che rinasce dal conflitto, tre grandi voci del doppiaggio – Giulio Panicali, Lauro Gazzolo e Carlo Romano – fondano la CDC, acronimo di Compagnia Doppiatori Cinematografici. Tra i soci c’è anche Lydia Simoneschi.
Il dopoguerra segna un’esplosione di titoli da doppiare: migliaia di film americani, rimasti bloccati durante il regime fascista, invadono il mercato italiano. Solo nel 1949, la CDC ne doppia oltre mille.
È un periodo di lavoro intensissimo. Lydia arriva a fare anche tre turni consecutivi, spesso dalle otto del mattino fino a mezzanotte, inclusi sabati e domeniche.
Prima dell’introduzione delle cuffie – che permetteranno a ogni attore di seguire la propria traccia audio – i doppiatori devono imparare a memoria l’intero copione e recitare in piedi, al buio, scrutando i movimenti labiali degli attori sullo schermo per mantenere la sincronizzazione.
Poi, nel 1953, a rendere tutto ancora più complesso – ma anche più spettacolare – arriva il CinemaScope, con il suo formato panoramico e un'esperienza sonora completamente nuova. I doppiatori devono adattarsi a una nuova sfida tecnica: muoversi fisicamente da un microfono all’altro, per restituire l’effetto di spazialità delle voci, secondo l’inquadratura del personaggio (qui sotto in una delle rare fotografie al leggio in cui è insieme ad una giovanissima Maria Pia Di Meo).
Il legame con Hollywood
Ma dietro la tecnica, la fatica e le giornate passate in sala, restava sempre la magia di quella voce che arrivava dritta al cuore. E a volte, quel legame invisibile tra la doppiatrice e l’attrice si trasformava in qualcosa di reale, concreto, emozionante.
Lydia non si è limitata a dare voce a grandi attrici internazionali: in alcuni casi le ha anche conosciute, consigliate, aiutate.
È il caso della svedese Märta Torén, con cui nel 1952 ha occasione di lavorare a stretto contatto alla quale da alcune lezioni di recitazione.
E ancora: Claudette Colbert, altro volto a cui Lydia ha prestato la voce, e che ha modo di incontrare dal vivo. Ma l’emozione più intensa arriva con Ingrid Bergman, l’attrice a cui Lydia si sentiva più vicina, artisticamente e umanamente.
Nel 1950, durante il doppiaggio del film Stromboli – che Ingrid Bergman deve autodoppiare – l’attrice si trova in sala di registrazione. In quell’occasione chiede di incontrare la donna che le aveva dato voce in tanti film: La famiglia Stoddard, Dr. Jekyll e Mr. Hyde, Per chi suona la campana, Angoscia, Io ti salverò, Notorious.
In una delle interviste più preziose che ho avuto la fortuna di ritrovare, Lydia racconta quell’incontro con grande emozione. "Mi abbracciò commossa e mi disse: ‘È una cosa stupefacente! Hai le mie
stesse pause, il mio pianto, la mia risata. Non avrei potuto avere una
doppiatrice migliore'."
Lydia, pur restando sempre lontana dai riflettori, è amatissima e rispettata anche fuori dai confini italiani. E a dimostrarlo sono le lettere che oggi suonano come dichiarazioni d’amore professionale. Lettere firmate da attori, attrici, produttori internazionali, che – spesso con parole piene di gratitudine e ammirazione – riconoscono in lei la voce perfetta.
Nel marzo del 1947, J. Peter Moore, rappresentante della London Film Production, scrive una lettera a Lydia per raccontarle di un recente incontro a Santa Margherita Ligure con Vivien Leigh e suo marito Laurence Olivier.
Ed è proprio da quella lettera che emerge un dettaglio affascinante: due anni prima di prestare la voce a Vivien Leigh nel suo film più celebre, Via col vento – che, pur essendo del 1939, è stato distribuito in versione doppiata in Italia solo nel 1949 – Lydia aveva già doppiato l’attrice nel film Lady Hamilton.
Un'informazione sorprendente, considerando che finora si pensava che quel doppiaggio fosse stato realizzato solo in epoca televisiva.
È possibile che proprio l’apprezzamento espresso da Vivien Leigh in quell’occasione abbia giocato un ruolo nella scelta di affidare a Lydia anche il doppiaggio di Via col vento, due anni più tardi.
Come gesto di gratitudine per il lavoro svolto in Via col vento, Vivien Leigh invierà a Lydia una corbeille di fiori. Lo ammetto, sono andata a cercare sulla Treccani cosa fosse esattamente una “corbeille”: si tratta di una composizione floreale disposta con cura in un cestino. Raffinata, proprio come lei. Un piccolo gesto, ma carico di eleganza e riconoscenza — come un messaggio silenzioso tra due artiste che si erano “parlate” senza mai essersi conosciute davvero.
Nel 1953, il produttore David O. Selznick – noto anche per Via col vento e all’epoca marito di Jennifer Jones – scrive una lettera a Lydia per complimentarsi del suo lavoro nel doppiaggio di Stazione Termini. Si dice felice che sia stata proprio lei a prestare la voce a Jennifer in tutte le sue interpretazioni italiane, e auspica che possa continuare a farlo anche in futuro.
Nel 1956, Lydia riceve anche i complimenti dai committenti americani per il suo doppiaggio di Anne Baxter, nel ruolo di Nefertari nel kolossal I dieci comandamenti di Cecil B. DeMille.
Fin qui vi ho raccontato i riconoscimenti, le lettere, gli incontri, la stima internazionale. Ma dietro tutto questo successo, c’era un lavoro duro, a tratti estenuante. E soprattutto, c’erano ruoli che chiedevano a Lydia non solo la voce, ma una parte della sua anima.
Le sfide più difficili? Eccole.
Uno dei ruoli più impegnativi è La fossa dei serpenti dove Olivia De Havilland interpreta una donna ricoverata in un istituto psichiatrico e sottoposta a terapie dure come l’elettroshock.
Per prepararsi, la De Havilland frequenta veri ospedali psichiatrici per tre mesi, entrando profondamente nella psiche del personaggio.
Dare voce a quella sofferenza non è meno faticoso. La performance di Lydia è così intensa da lasciarla svuotata: al termine del doppiaggio, si concede un periodo di recupero nella quiete della montagna, a Merano. Dopo l'uscita del film riceve una lettera di congratulazioni dal direttore generale della 20th Century Fox a Roma.
Con Barbara Stanwyck, l’ostacolo è la natura stessa della voce. Dura, aggressiva, scattante. L’esatto opposto della vocalità calda e avvolgente di Lydia. Eppure, anche qui, riesce a trasformarsi. Trova il ritmo, la durezza, l’energia. Ed è ancora una volta perfetta.
Altri ruoli la mettono alla prova non tanto per la voce, quanto per i contenuti: sono storie forti, dense di dolore e fragilità umana. Come Angoscia (1944), con Ingrid Bergman – un lavoro purtroppo perduto e successivamente ridoppiato – o i due film con Susan Hayward. In Piangerò domani (1955), Lydia dà voce a una donna tormentata che lotta contro l’alcolismo e i fantasmi del passato. Anche in questo caso, torna al suo ormai celebre espediente: testa sotto l’acqua fredda per dare alla voce la giusta ruvidezza. In Non voglio morire (1958), la sfida è ancora più alta: una detenuta condannata a morte, da interpretare con equilibrio tra forza e disperazione.
Nel 1955, in La signora omicidi, si misura con un personaggio completamente diverso: un’adorabile vecchietta. All’epoca ha solo 47 anni, eppure la sua performance è così convincente che perfino i colleghi faticano a riconoscerla.
Oltre al cinema, tanto altro
Dopo tante interpretazioni intense e complesse, Lydia continua a dare voce a nuove storie. La sua presenza si estende anche oltre il cinema: la radio, ad esempio, le offre un altro spazio espressivo, fatto solo di suono, atmosfera, immaginazione.
Nel 1958 partecipa al radiodramma "Vento d’agosto", dove interpreta la voce narrante. Ma non una voce qualunque: è Dan, una campana che racconta un episodio accaduto nel suo villaggio. Una narrazione surreale e poetica, che mette ancora una volta in risalto la capacità di Lydia di dare vita anche a ciò che non ha volto. Potete ascoltarlo qui.
Ma non è solo la radio ad accoglierla fuori dal doppiaggio: in rare occasioni, Lydia compare come attrice anche davanti alla macchina da presa, regalando piccoli camei in due commedie italiane che ancora oggi sono un piacere da riscoprire.
Nel 1958 partecipa a Gli zitelloni, diretto da Giorgio Bianchi, con Walter Chiari e Vittorio De Sica. Lydia interpreta la moglie del presidente del tribunale. L’anno successivo, nel 1959, torna sul set in Il moralista, sempre per la regia di Giorgio Bianchi, al fianco di Alberto Sordi e ancora Vittorio De Sica.
Qui veste i panni della madre di Vera.
E poi, accade qualcosa che – a suo modo – fa la storia. Il 30 aprile del 1962, la CDC le affida un incarico mai dato prima a una donna: diventa direttrice di doppiaggio.
Un riconoscimento che arriva, come si legge nel documento ufficiale, non solo “per i meriti indiscussi”, ma anche “come segno di riconoscenza da parte di tutti i soci”.
Ma ecco un'altra chicca. Guardate queste pagine. Sono estratti da un vecchio registro della CDC, e sopra ci sono i turni, i nomi, i titoli scritti a mano. Tra queste righe, silenziose ma vive, appare anche Lydia Simoneschi direttrice di doppiaggio. Incrociando i dati – un titolo parziale qui, un cognome là – si aprono finestre meravigliose: in un turno del 1964, trovo Cesare Barbetti impegnato in un western che riconosco essere 5.000 dollari sull’asso, dove doppia Robert Woods.
In un altro, c’è Manlio Busoni, legato a una produzione Disney: con un po’ di attenzione, si rivela essere Professore a tutto gas, e lui presta la voce a Ed Wynn.
Per chi ama il doppiaggio, leggere questi nomi uno sotto l’altro è come aprire il sipario su una sala in penombra.
Ma veniamo a un altro piccolo tesoro: le lettere degli ammiratori. Mi ha colpito quanto fosse profondo, e allo stesso tempo invisibile, il ruolo del doppiatore. Una signora di nome Iole, dopo aver visto in televisione Bernadette, scrive direttamente alla casa di produzione per sapere chi fosse quella voce così toccante. Un’altra, Lilliana, scrive sia alla Rai che alla casa cinematografica con la stessa domanda: a chi appartiene quella voce che l’ha emozionata tanto? E non erano solo lettere di spettatori distratti. Spesso a scrivere a Lydia erano giovani poco più che ventenni, animati da una passione vera per il cinema, che trovavano il coraggio di scrivere a emittenti, produttori e persino agli attori, pur di avere una risposta. Lo confesso: se fossi vissuta in quell’epoca, l’avrei fatto anch’io. Anzi, conoscendomi, sarebbe diventata una delle mie battaglie.
Come per Paolo, 18enne di Correggio, che nel 1965 le scrive: “Non capisco come mai voi doppiatori non siate indicati nei titoli di testa dei films.” O come l’ammiratrice che, in una lettera del 1970, le confessa: “Non importa se la sua voce entra nella mia casa parlando di tortiglioni o ragù, non è ciò che conta; è tutta la musica che mette in ogni parola che importa, come se ogni volta rivelasse la formula di un incantesimo.” Già , perché sul finire degli anni Sessanta, Lydia presta la sua voce anche ad alcuni Caroselli, tra cui uno per le fette biscottate Buitoni. Anche lì, la sua voce incanta. Anche lì, racconta una storia. Anche lì, dà vita a qualcosa che altrimenti sarebbe solo pubblicità .
Nel 1976, dopo una carriera lunghissima e ricchissima, Lydia doppia il suo ultimo film e si ritira con discrezione, proprio come ha sempre vissuto la sua vita professionale. Nel 1980, arriva un riconoscimento tanto simbolico quanto meritato: il Presidente Sandro Pertini la nomina Cavaliere della Repubblica per meriti artistici. È un tributo ufficiale a una donna che, pur restando nell’ombra, ha lasciato un’impronta profonda nella cultura cinematografica italiana.
Lydia Simoneschi si spegne a Roma il 5 settembre del 1981.
E ora, per concludere questo viaggio, non potevo non lasciare spazio a chi Lydia l’ha conosciuta davvero. Ho chiesto a Erica, sua nipote, di condividere con noi alcuni ricordi personali. Ne è uscita una piccola raccolta di immagini preziose, frammenti di quotidianità che raccontano la nonna, la donna, e non solo l’artista.
1) Com’era tua nonna?
Nonna Lilli, così la chiamavo, era estremamente accogliente, dolce e sempre sorridente. Disponibile ad inventare e raccontare fiabe e pronta a seguirmi nei miei viaggi di fantasia come quello con il suo orologio. Il quadrante era rettangolare con la piccola finestrella del datario e ogni volta che ci vedevamo doveva girare la corona e far apparire un nuovo numero perché, secondo la mia fervida immaginazione, l'orologio era una casetta e il datario una finestrella dalla quale si affacciavano gli abitanti che altro non erano che i numeri!
Non vedevamo l'ora, con mio fratello, che arrivasse il fine settimana per andare a trovarla. Sapevamo che ci aspettava un pranzo coi fiocchi e il dessert non mancava mai. Ancora oggi sono alla ricerca dei sapori speciali del suo dolce di riso e del crème caramel. Il pomeriggio era un momento speciale: mentre gli adulti si riunivano per giocare a carte o chiacchierare - è stata lei ad insegnarmi i primi giochi con le carte francesi - c'era sempre qualche bottiglia di coca cola fresca che, normalmente, a casa ci era proibita e poi dolcetti e caramelle. Le Rossana e le fondenti Sperlari ancora oggi sono le mie preferite. Erano giornate di risate e di allegria, tavola sempre imbandita e porta aperta per accogliere i numerosi familiari. Lavorava a maglia molto bene e le commissionavo diverse cose. Facevo il disegno con le indicazioni dei colori e lei procedeva.
2) Che rapporto aveva tua nonna con il cinema, come spettatrice?
Amava andare al cinema, soprattutto per film di un certo spessore, e non solo quelli doppiati da lei. Si godeva il film e mai una volta che pronunciasse giudizi sugli attori o la trama, amava gustarsi il gelato, in particolare la bomboniera dell’Algida. I miei genitori mi hanno raccontato che in diverse occasioni al cinema Capitol di Roma, gli altri spettatori, sentendola parlare durante l’intervallo, erano un po’ dubbiosi sul fatto che avesse la stessa voce che avevano appena sentito sul grande schermo, ma all’epoca c’era molta discrezione e nessuno glielo chiedeva.
3) Tua nonna ha prestato la voce a tanti personaggi Disney che hanno accompagnato la nostra infanzia, tra cui 3 fate, la turchina in Pinocchio, quella Smemorina in Cenerentola e Flora in La bella addormentata nel bosco, poi la mitica Maga Magò in La spada nella roccia, la cameriera Nilla in La carica dei 101 o Lady Cocca in Robin Hood. C’è un film a cui sei particolarmente legata.
Ricordo quando, sin da piccola, le chiedevo di cantarmi Bibbidi-bobbidi-bu, la famosa formula magica della Fata Smemorina di Cenerentola, e lei mi accontentava sempre. Come molti bambini amavo i film di animazione della Disney e la voce di mia nonna era la porta d'ingresso per quel mondo: ad esempio quando mi portava alle prèmiere delle pellicole che aveva doppiato, come quella volta che andammo a vedere Robin Hood. Timidissima e terribilmente emozionata ero molto attenta a comportarmi bene perché, in prima fila e fra tanti adulti, avvertivo l'importanza dell'avvenimento. Ma poi lei mi sorrideva orgogliosa, si spegnevano le luci e cominciava la magia.
Comunque Nonna Lilli, per me, sarà per sempre Maga Magò. Se guardo la fornitissima raccolta Disney collezionata per i miei figli, l'occhio cade subito su La spada nella roccia. In quella parte è stata superlativa. Mi rendo conto che possa sembrare strano considerata la moltitudine di personaggi ai quali ha prestato la voce, eppure Maga Magò mi ha stregata! Il tono, il ritmo, le mille sfumature.
Mio padre mi ha raccontato di quando accompagnava nonna in sala di doppiaggio, amava sedersi al buio ad ascoltarla mentre lavorava. Come quella volta in cui sentendola prestare la voce alla madre di Bambi scoppiò a piangere (di questo film a noi è arrivato il ridoppiaggio purtroppo).
Se siete arrivati fin qui, ringrazio di cuore anche voi.
Questo è stato molto più di un semplice articolo: è stato un viaggio fatto di lettere, ricordi, aneddoti e voci.
Quando ho iniziato a scriverlo, pensavo solo di voler rendere omaggio a una voce che avevo sempre amato. Non immaginavo che mi avrebbe portata così lontano, dentro una storia familiare bellissima, ricca di umanità e di gratitudine.
Lydia Simoneschi è stata molto più di una voce nell’ombra. È stata una presenza costante e discreta, che ha saputo regalare anima e sfumature a centinaia di volti.
Ma è stata anche una pioniera: la prima donna in Italia a diventare direttrice di doppiaggio, in un mondo che all’epoca era quasi interamente maschile. Un’artista completa, che ha ricevuto anche l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica per il suo contributo culturale.
E se ora, arrivati alla fine di questo percorso, conoscete finalmente la storia della donna che ha avuto una delle voci più famose e amate del cinema, allora spero che questo mio articolo abbia davvero fatto ciò che desideravo: onorare Lydia Simoneschi e contribuire a farla restare, per sempre, dove è giusto che stia: nella storia del cinema.
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- venerdì, aprile 04, 2025
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